lunedì 27 ottobre 2008

Notizie e link dall'Onda

Qui di seguito trovate una selezione di alcuni dei siti o blog che stanno informando sulle iniziative nelle scuole e nelle università per evitare l'approvazione della legge 133/2008: molti di essi contengono liste aggiornate degli spazi on-line dedicati alla protesta. L'ultimo link rinvia al testo integrale della legge.


http://www.uniriot.org

http://mir.it/servizi/ilmanifesto/scuola2/

http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/2008/10/21/petizioni-blog-e-forum-contro-la-legge-133/

http://maestrounico.blogspot.com/

http://precaridellaricerca.wordpress.com/

http://universitadasalvare.blogspot.com/

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il testo della legge 133/08

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domenica 26 ottobre 2008

Insieme a quelli che dicono: "non reprimete il nostro futuro"

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico
Piero Calamandrei
III° Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

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martedì 14 ottobre 2008

Post memoria

[di Massimo Ilardi]

Questo rinnovato conflitto esploso dentro le istituzioni tra fascismo e antifascismo non é entusiasmante. Anzi, deprime come ogni forma di conformismo. E’ una battaglia di retroguardia che si muove nel folto dei tempi lontani incapace di rispondere alle dure repliche del presente. La crisi culturale e politica della nostra classe dirigente trova qui, nell’asservimento a un tempo lineare e continuo, la manifestazione più eclatante della sua gravità e della sua visibilità. Lo stesso pensiero critico di sinistra che in altre occasioni ha dato prove di lucidità e creatività, messo di fronte a una questione sepolta ormai da quasi settant’anni, non può fare di meglio che perdersi in una pletora di luoghi comuni e dentro posizioni lontane da qualsiasi riscontro con una realtà sociale a dir poco ‘marziana’ rispetto a quei luoghi storici che si vogliono disseppellire. D’altra parte, quando torna a imperversare lo Spirito della storia come presenza eterna che vuole racchiudere in sé passato e avvenire incombe sempre minaccioso il rischio dell’accumulo di eventi ritenuti sacri, in quanto incarnano quello Spirito stesso, ma che di fatto non hanno più alcun significato per la vita di uomini e donne.

Un buon punto di partenza può essere invece questo: il fascismo, come fenomeno politico, culturale e sociale, é morto nel 1945 e con esso e nello stesso anno é morto di conseguenza l’antifascismo. Punto. Ora, non c’è dubbio che rientra in un processo naturale il fatto che la generazione che ha vissuto e sofferto queste esperienze le abbia conservate nella sua memoria e tenda a trasmetterle. Non é giusto però che pretenda di perpetuarle come eredità. Perchè se ciò che é stato, afferma Walter Benjamin, “viene celebrato come una ‘eredità’ é più disastroso di quanto potrebbe esserlo la sua scomparsa.” E’ invece proprio come ‘eredità’ che si tenta di celebrare, da parte di istituzioni e gruppi sociali consolidati dalla tradizione, il rito di una ‘memoria collettiva’. E, d’altra parte, come sarebbe possibile, mentre viviamo nella dimensione dell’iperconsumo, dell’uso effimero e della distruzione incessante di ogni cosa e valore, mentre accettiamo che la vita di un uomo sia strettamente ridotta alla sua esistenza individuale e che le generazioni passate e future non abbiano più alcuna importanza ai suoi occhi, formare una memoria collettiva al di fuori di un’eredità artificiale? Come sarebbe possibile, di fronte all’eccesso di percezioni, al moltiplicarsi di visioni che i media distribuiscono, immaginare il passato in maniera diversa da una vasta collezione di immagini, da un immenso simulacro fotografico, in cui la storia degli stili estetici ha preso il posto della storia reale?
Se é così, allora l’eredità che si vuole trasmettere alle generazioni successive assume i colori di una identità preconfezionata, di un prontuario di regole già stabilite, di un patrimonio di sentimenti e di tonalità emotive che, non avendo più alcun radicamento nella società, si vogliono perpetuare immutabili come fattore di coesione e di ordine pur essendo scomparso il gruppo di riferimento che li teneva in vita. E’ veramente un paese di vecchi quello che usa la loro supposta e arrogante saggezza per pretendere di possedere la verità! Salvo poi farli ritrovare come il protagonista del film di Lawrence Kasdan dentro un Grand Canyon sociale, sconosciuto e nemico.
Di altra natura, infatti, sono oggi i rischi che attentano alla nostra libertà materiale e su altri universi poggiano le culture giovanili che non ricercano alcuna memoria o simbolo per fondare le loro appartenenze. Esse si muovono leggere non attraverso il tempo ma lo spazio e proprio per questo rifiutano di rinchiudersi nei recinti di cemento costruiti dalle identità, soprattutto se sprofondate nel passato. Perchè non proviamo a chiedere loro se ricordano una data o, magari, solo il nome di qualcuno che ha partecipato a quella guerra civile di settant’anni fa? Ci accorgeremmo presto che quella guerra non é dimenticata, semplicemente non é mai esistita. A questo punto nessuno scandalo, nessun ditino accusatore o noiosa cantilena ‘buonista’ potrà nascondere la verità vera, e cioè che non possediamo più gli strumenti per conoscere quello che sta accadendo nel Grand Canyon sociale. La nostra cultura viaggia ancora al di sopra dei territori, legata alle ideologie che appartengono alla coscienza del lavoro intellettuale, delle sue avanguardie, dei suoi chierici, dei suoi specialismi. E’ sul territorio invece che si dispiega la catena delle conoscenze, delle mentalità, della mobilità, dei lavori, dei desideri che si sprigionano con violenza dalle culture metropolitane. Ed é sul territorio e solo sul territorio che le figure sociali si riconoscono come ‘parte’, organizzano le differenze, individuano il nemico.
Ben altro discorso sarebbe invece quello che si interroga sul perchè i segni visibili di queste culture si rivolgono sempre a destra e non più a sinistra come invece accadeva fino a qualche decennio fa. Perchè di segni si tratta e non di simboli: segni che guardano al presente e non simboli che scavano nel limo primordiale della Storia. Sono puri segni senza uno spessore temporale e una filosofia della storia che li sostenga e che hanno il solo scopo di provocare e di innescare il conflitto. Non provengono da una cultura e da una tradizione che fondano identità ma da una visione conflittuale assoluta che assegna appartenenze, tanto lucida e consapevole da portare a ogni costo allo scontro.
Ma perchè questi segni guardano a destra? Elenco semplicemente alcuni motivi che meriterebbero però ben altro approfondimento:
-il primo trova spiegazione nel contrasto tra democrazia e libertà. La crisi della mediazione politica e l’avvento di una società del consumo hanno trasformato il territorio non in un bene comune, come predica inutilmente la sinistra, ma in una misura e in una forma che si rendono spazialmente visibili attraverso la separazione tra differenze e l’esclusione delle diversità. E’ un territorio attraversato da barriere e da un tessuto di poteri centrifughi che si riproducono contro le istituzioni e che si struttura esclusivamente in connessione ai diversi rapporti di forza che di volta in volta vi si esercitano. E’ su questo territorio che il consumo proietta direttamente i desideri degli individui ed é sempre su questo territorio che il mercato cerca di esercitare la sua azione di controllo. Cercare di contrastare questi processi proponendo utopie (“un altro mondo é possibile”, la cittadinanza) o pratiche (il “fare società”, l’anticonsumismo, il riproporre gli antichi spazi pubblici della ‘città di pietra’) che si muovono non solo in una direzione diversa, che sarebbe legittima se tenesse comunque conto delle mutazioni antropologiche avvenute, ma secondo una linea completamente opposta che ripropone la democrazia come modello sociale e culturale fondato su un inarrestabile processo ugualitario e partecipativo, diventa pura follia politica. Perchè lascia alla destra la possibilità di gestire il dissidio tra la democrazia come forma di società e la libertà come pratica dell’individuo. Una libertà che non vuole impedimenti, non chiede partecipazione, scatena conflitti, delimita luoghi, crea differenze, non cerca consensi, non produce immaginari simbolici se non concretizzandoli immediatamente e che frantuma quella supposta massa democratica in gruppi, minoranze, individui in lotta tra loro e che agiscono sul territorio;
-il secondo riguarda il ‘vizio’ storico della sinistra di considerare diabolico tutto ciò che fuoriesce dalle istituzioni stabilite. Eppure la cultura di sinistra, almeno fino alla fine degli anni Settanta, é riuscita ad avere un ruolo essenziale nella politicizzazione della società italiana, e questo mentre le strade delle città venivano attraversate da conflitti sociali violenti che traducevano immediatamente in agire politico la loro intensità e l’innovazione culturale giocava un ruolo essenziale per legittimare la radicalità delle scelte di campo. Quando però la ‘ragion di Stato’ che é nel codice genetico dei partiti della sinistra ha di nuovo prevalso fino a criminalizzare una intera generazione, il distacco tra culture sociali antagoniste e politica statalista e legalitaria della sinistra istituzionale non poteva che consumarsi;
-il terzo, infine, si riferisce alla cultura di destra che, non riconoscendosi nell’arco democratico e costituzionale che ha fondato la Repubblica, é stata dal dopoguerra in poi una cultura antistituzionale, fortemente eversiva e destabilizzante rispetto al sistema dei partiti e alle sue regole. Questa carica che si é mantenuta nel tempo, nonostante svolte e svoltine, si ritrova oggi più adatta a rappresentare una microconflittualità che più di ieri é irrorata da una rabbia sociale e antistituzionale.

[da Carta, 22.10.2008]

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giovedì 26 giugno 2008

Una faccenda che mi sta a cuore

Ricevo e molto più che volentieri posto sul nostro blog la Lettera aperta che Massimo Canevacci ha inviato alla Facoltà di Scienze della Comunicazione.
La faccenda mi sta a cuore: per la profonda amicizia nei confronti di Massimo Canevacci, che è anche autore assai stimato della casa editrice, e per la mia passione verso l’antropologia culturale.
La Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma ha da tempo abbracciato un profilo assai discutibile, rinchiudendo troppo spesso le riflessioni di maggior spessore e complessità sull’universo della comunicazione dentro le maglie dell’infotainment e di una visione dell’industria culturale schiacciata sulla tivvù. Ciò ha anche comportato la, più o meno diretta, marginalizzazione, espulsione o autoespulsione di tanti docenti, ricercatori, studiosi che nutrono la vita accademica con la loro passione per la ricerca e la didattica e lo fanno a partire dalle relazioni tra loro e con gli studenti. Che si giungesse alla eliminazione di insegnamenti che in parte hanno costituito la storia di quella facoltà e che ne hanno certamente segnato tra le punte più alte, non solo per l’oceanica partecipazione degli studenti ai corsi, è, se mai ne avessimo avuto bisogno, un altro segno dei tempi. Cupissimi tempi, in cui l’università pare essere destinata a divenire l’esecutrice testamentaria di se stessa e in cui la domanda sempre più bruciante riguarda la garanzia della circolazione delle idee nel nostro Paese. Una faccenda di libertà, più che di diritto all’insegnamento.
Luisa Capelli


Lettera aperta per la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma

di Max Canevacci

Le nuove scelte didattiche della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” mi impongono di rendere pubbliche alcune perplessità, poiché, a fronte di un’indubbia crisi dell’ordinamento triennale, si è deciso di ristrutturare l’ordine degli studi secondo una visione della comunicazione restaurativa e schiacciata sull’esistente.
In tal modo, la scienza della comunicazione rischia di ridursi a una preparazione professionale di taglio giornalistico; le connessioni sperimentali e trans-disciplinari con quanto emerge nella comunicazione digitale (estesa tra design, architettura, pubblicità, performance, musiche, moda, arte ecc.) spesso risultano incomprese, “non controllate” o neutralizzate in “tecniche”; e vengono ignorate, di conseguenza, quelle ricerche che stanno tentando modificare paradigmi espositivi, composizioni espressive, narrazioni multisequenziali.
Tale tendenziale rinchiudersi della comunicazione dentro un giornalismo asfittico e un’apologia dei media impoverisce la Facoltà, trasforma i docenti in funzionari dell’“industria culturale”, addestra gli studenti alla rinuncia all’innovazione e all’assenso disciplinato, chiude alle nuove professionalità che attraversano visioni, stili, linguaggi, è indifferente alle prospettive che nelle università estere da tempo vengono applicate in questo ambito (si veda il ruolo dell’antropologia culturale nei Media Studies in tante università estere – MIT, Humboldt Universität, Escola de Comunicação e Arte dell’Università di São Paulo con la quale ho stabilito un accordo di scambio tra docenti e studenti). Tutto questo rischia di configurare provincialismo disciplinare, endogamia mass-mediale, diffidenza dell’emergente, sottrazione delle potenzialità digitali.
La materia che ho insegnato per più 20 anni – Antropologia Culturale, materia fondamentale per gli studenti di primo anno – è stata soppressa, mentre a Roma, in Italia e ovunque, sarebbe necessario moltiplicare le ricerche con questo orientamento, per contrastare le pericolosissime onde razziste, le chiusure localistiche, i decisionismi verticistici, le grettezze mediatiche.
Si è preferito, invece, puntare su materie “classiche” (diritto e storia), eliminando la prima delle tre discipline fondamentali delle scienze sociali (antropologia, sociologia, psicologia). Il docente che la insegnava viene “esiliato” al terzo anno del corso di laurea di Cooperazione e Sviluppo, con una materia denominata Comunicazione Interculturale. Già nel titolo del corso si esprime la continuità di un dominio neo-coloniale dell’Occidente verso un mondo “altro”: che la “cooperazione” sia focalizzata a dare aiuti economici ai laureandi e ai rispettivi Paesi di residenza, piuttosto che all’“altro”, dovrebbe essere ormai evidente; e sulla critica al concetto di “sviluppo” sono stati scritti così tanti saggi prima e dopo il ‘68 che è noioso solo ricordarlo. Quindi si crea una materia come Comunicazione Interculturale, che fin dal nome rafforza chiusure identitarie e culturali, regressioni scientifiche e formative, che purtroppo appaiono in sintonia con quelle politiche da “lega romana” adeguate al clima imperante, in cui un cattolicesimo appiccicoso cerca di controllare governi e opposizioni, atenei, facoltà, docenti.
I riferimenti cui la mia cattedra si è ispirata sono collocati, tra gli altri, nel filone antropologico inaugurato da Gregory Bateson: che, a partire dalle sue ricerche anticipatrici a Bali, hanno permesso di elaborare il “doppio vincolo”, concetto tra i più straordinari applicato sia alla comunicazione “normalmente” psico-patologica che ai mass media nascenti; fino alla sua collaborazione con Wiener per le primissime ricerche sulla cibernetica. Anziché dedicarsi a santi e madonne, processioni e proverbi – temi troppo spesso esclusivi nell’insegnamento di questa materia da noi – la ricerca antropologica di Bateson si inserisce nei flussi già all’epoca emergenti di comunicazione, tecnologia, alterità.
Infine, questa lettera non rivendica nulla di personale (vado in pensione dal prossimo anno e lascio quindi questa Facoltà). Essa esprime un posizionamento politico-culturale che individua, nella crisi crescente e apparentemente irreversibile della Facoltà di Scienze della Comunicazione, un problema su cui indirizzare la riflessione critica nell’interesse di docenti, studenti, impiegati: di chiunque viva e respiri l’aria di un’università che cerchi di dare senso ai futuri possibili e non si limiti a replicare il peggio dei presenti mediatizzati.

maxx.canevacci@gmail.com


La lettera è pubblicata qui sul sito della Facoltà di Scienze della Comunicazione di dell'Università La Sapienza di Roma.

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giovedì 5 giugno 2008

Ho partecipato

Da vicentino che vive a Roma, insieme alla rappresentanza del Comitato No Dal Molin di Vicenza, ho partecipato alla manifestazione di Chiaiano e dei comuni limitrofi (Marano, Mugnano) mobilitati contro la riapertura della discarica dei rifiuti di Cava (“Io speriamo che me la Cava”, recitava speranzoso e serafico uno dei cartelli sulle spalle di un ragazzino del corteo).

Tra i vicentini No Dal Molin, specie tra i più giovani, c’è chi non era mai stato prima a Napoli. Nel passaggio in pulman dalla stazione ferroviaria di Napoli a Chiaiano, stanno incollati ai finestrini a commentare con esclamazioni di sconforto le immagini delle montagne di rifiuti e quelle del termitaio delle Vele di Scampia, già conosciuto qualche sera prima al cinema in Gomorra. E poi tutti si precipitano a fotografare l’improvviso apparire del moncone della superstrada interrotta davanti a un imprevisto e inamovibile edificio. Uno dei risultati della partecipazione alle battaglie di questa rete solidale di comitati a difesa dei valori della salute, della pace, della democrazia dal basso, della tutela dei beni comuni e dell’integrità del territorio, è l'occasione di conoscenza diretta di realtà significative del Paese.

Sì, alla manifestazione c’erano pure Luca Casarin e Oreste Scalzone e i giovanotti dei Centri sociali, e la rappresentanza dei piemontesi No Tav (io avrei apprezzato anche quella dei No Ponte - che unirà le due “cosche”, come beffardamente afferma Nichi Vendola -, e dei No Scaiola Nuke, e dei No Suv: ma dalla vita non si può avere sempre tutto). Sì, c’erano lo striscione di Legambiente e del WWF, e quello dei Cub e dei Cobas, e perfino un drappello minuscolo e battagliero sotto lo striscione Amici di Beppe Grillo. C’era il deparlamentarizzato Rizzo ad assistere alla sfilata dal marciapiede come una cocotte che si vuole ancora politicamente seduttiva – e c’era Tano D’Amico, grande fotografo imperituro, e il giornalista Ruoppolo a succhiare golosamente immagini e interviste per Anno Zero. Ma quel che conta, al di là di ogni attesa e aspettativa, era la presenza di tutta la popolazione protagonista in corteo a gridare slogan al cianuro equamente divisi tra Berlusconi e Bassolino, a spellarsi le mani sulle porte delle case e sui balconi, a ridere e a cantare da riempire i timpani e allargare il cuore.

E’ stata una grande festa di popolo: il sole picchiava, la bocca era arsa per le grida e la testa un poco girava, ma la gioia e la soddisfazione erano così forti tra le migliaia di persone in corteo e quelle che assistevano ai lati, che sicuramente l’eco sarà arrivata anche ai pazienti dei cinque ospedali che operano nel raggio di un paio di km dalla Cava. (A proposito: sapete a chi appartiene il territorio su cui si apre il sito prescelto da Bertolaso/Berlusconi come discarica? Alla Curia napoletana del cardinale Sepe! Che dall’affitto ricaverà un bel fiume di denaro… . Quando si dice le curiose coincidenze!)

Quindi è andata bene al di là di ogni rosea previsione, e senza le temute esasperazioni, violenze e tensioni. Molti i giovani presenti, le donne, le famiglie con bambini, i motorini che si infilano e saettano dappertutto come rombanti libellule. Lo slogan più gridato e ripetuto lungo l’intero corteo? “La monnezza non va bruciata. Sì alla raccolta differenziata.” E poi altri di fantasia un po’ più aggressiva che qui non è il caso di riportare. Berlusconi non si direbbe amato, ma Bassolino e la Iervolino sono bersaglio vituperato. Quello che la gente a Berlusconi non perdona è l’improvvisa e inaspettata dichiarazione di procedere nell’attivare la discarica di Cava anche con la forza militare, quando ancora Bertolaso non ha ultimato il compito di accertarne l’idoneità. Il che è stato come lanciare un secchio di benzina su un tappeto di tizzoni ardenti.. Ha voluto essere una provocazione frutto di spontanea arroganza, o è voce scaturita da una congenita insipienza?

L’appello con cui il Comitato degli organizzatori ha convocato la manifestazione è di ben altro spessore. “Le lotte ambientali che hanno infiammato tante realtà della Campania non nascono, come racconta la disinformazione mainstream, dagli “egoismi del popolo del no”. Queste insorgenze sono la risposta a un esproprio di democrazia ultradecennale che, come avvenne per la lunga stagione affaristica del Commissariamento post-terremoto, ha consegnato i nostri territori alla speculazione economica e finanziaria, alle ecomafie e agli interessi più indecenti delle burocrazie politiche. Le strategie della shock-economy campana hanno fatto della categoria dell’emergenza un dispositivo di comando e di profitto con cui ricattare continuamente le libertà collettive, censurare il dissenso e le alternative possibili verso una indispensabile strategia Rifiuti Zero che protegga l’ambiente e la salute collettiva, aprendo anche nuove opportunità lavorative.”
E ancora: “Le istituzioni e quell’ampio ceto politico che oggi strumentalizzano retoricamente il bene collettivo, hanno lavorato per 14 anni alla frantumazione di questo concetto e alla contrapposizione tra le comunità, oscurando l’esistenza di alternative concrete incentrate sul porta a porta, il riciclo, la riduzione degli imballaggi, il compostaggio e gli impianti a freddo.”
E infine: “Il decreto-rifiuti del governo Berlusconi è la consacrazione di questo processo e impone l’apertura di dieci discariche e quattro inceneritori che devasterebbero ampie aree della Regione. Questo è un modello di profitto sempre più aggressivo verso gli uomini e la natura, che ritiene di sopravvivere alla crisi distruggendo il territorio. Le lotte contro le mega discariche e l’incenerimento hanno invece costituito luoghi di condivisione, spesso autentici “consigli dell’autogoverno”, magari anche confusi e transitori, ma capaci di fare rete tra le popolazioni e ritessere dal basso nuovi modelli di bene comune.”

Insomma, la popolazione di Chiaiano e dei Comuni limitrofi sa di avere ragione e di combattere una battaglia non egoista o meramente localista. La Cava di Chiaiano è bosco ecratere – già in passato ricettacolo di rifiuti a valanga – intorno al quale sorgono quartieri popolari e ben cinque tra gli ospedali più importanti del napoletano e dell’intera regione. Consentire il ripristino della funzione di discarica significa accettare, per le generazioni di quel territorio, un futuro di sicuro pericolo. Questo non può essere deciso dall’alto, in questo modo arrogante e contraddittorio, schiacciando il dissenso con la forza militare. Se in Italia passa un’operazione siffatta, nei prossimi anni può passare, in dispetto e a prescindere dai principi di democrazia, autoritariamente di tutto. E infatti, nel manifesto politico del Comitato di Chiaiano e delle Reti campane contro la devastazione ambientale, si afferma:
“ Siamo in presenza della sperimentazione, con un consenso praticamente bipartisan, di un modello di relazioni sociali sempre più militarizzato, un autentico salto di qualità nei modelli di governance del territorio: c’è una produzione di norme penali “just in time” per colpire figure sociali del dissenso, che affianca anche simbolicamente la decisione del governo e respinge chi si oppone all’area della criminalità e dei “comportamenti antinazionali”. Lo “stato d’eccezione” diviene quindi categoria fondamentale per sostenere la qualità della decisione, rivelando in controluce la sua stessa debolezza, la sua delegittimazione sociale. La generalizzazione del collaudato meccanismo della “fabbrica della paura” con cui si ghettizzano interi gruppi sociali, come i migranti e i rom, si sta allargando a intimidire ogni forma di conflitto sociale.”

C’è anche chi – giudiziosamente, assennatamente – osserva che l’autorità dello Stato non può fermarsi sulle soglie del singolo giardino di chi si sente nell’occasione minacciato. Ma c’è oggi qualcuno disposto a ospitare nel suo giardino il percolato o le scorie nucleari, il ponte megagalattico o il raddoppio di una base militare straniera, o i trafori dell’alta velocità nel territorio di un Piemonte già sufficientemente devastato, gestiti dall’asse Berlusconi-Bassolino?

A chi fa spallucce, e commenta: questo è il dato di realtà, prendere o lasciare, viene da rispondere con Giorgio Ruffolo che su La Repubblica di qualche giorno fa afferma: “oggi domina un modello di produzione irresponsabile, uno stile di consumo semplicemente immorale”. Allora: accettazione fatalistica, o paziente e radicale messa in discussione del “disordine esistente”?

Bassolino, in particolare, più che per accettazione fatalistica dell’esistente si segnala per gli encomi nei confronti della politica muscolare inaugurata dal governo Berlusconi: quale miglior conferma che il “rinascimento napoletano” si è oggi trasformato in sistema di potere industrial-malavitoso? Si intende così, intruppandosi in un ruolo di subalternità, oscurare una stagione di compromesso e inettitudine?

Intanto, a controcanto inquietante, arriva la notizia che la camorra dei casalesi ha ammazzato l’imprenditore che aveva deciso di collaborare con la magistratura nell’indagine sull’industria dello smaltimento illegale in Campania dei rifiuti tossici della industrie del nord. Lo Stato starà pure celermente militarizzando la governance del territorio, o celebrando ai Fori Imperiali, con parate patriottarde, il 2 giugno: ma dove è quando si tratta si proteggere chi si pente e collabora alla caccia dei malavitosi?

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venerdì 30 maggio 2008

8 giugno mobilitazione per i diritti dei rom

[di Massimo Iacobelli]

Nelle ultime settimane, si è scatenata una vera e propria caccia allo “zingaro” con un numero crescente di episodi di violenza a danno di uomini, donne e bambini rom.
Un pericoloso silenzio si è creato intorno questi episodi e pochissimi esponenti della cultura e della politica si sono pronunciati su queste incresciose circostanze.
Per questo motivo Thèm Romanó Onlus ha organizzato domenica 8 giugno a Roma una mobilitazione in favore del rispetto dei diritti del popolo rom e sinto. Una protesta civile contro il razzismo e per il rispetto delle convenzioni internazionali dei diritti dei popoli.
Per aderire all’iniziativa e per conoscere orari e percorso della manifestazione: associazionethemromano.

Alex Santino Spinelli, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Thèm Romanò Onlus, elenca alcuni punti per migliorare la situazione dei Rom in Italia e per combattere l’ondata di razzismo che si è abbattuta sul nostro paese. Eccone alcuni:

Sicurezza e la legalità vanno garantite per tutti, rom e sinti compresi. In contrasto con gli articoli della Costituzione Italiana, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con le normative europee ed internazionali, il popolo rom in Italia è costretto a vivere in condizioni disumane.

Oggi un una popolazione intera viene criminalizzata ma a sbagliare sono le singole persone e sono loro che vanno punite, non la nazione o il popolo di appartenenza. Impegnamoci per favorire l’integrazione di coloro che dimostrano una chiara volontà di partecipazione sociale evitando di porre sullo stesso piano chi merita e chi delinque.

E’ necessario smantellare i campi nomadi, vere e proprie pattumiere, luoghi degradati, centri di segregazione razziale permanente ed emblema della discriminazione.

Rom e sinti non sono nomadi per cultura. Chi oggi vive nei campi nomadi, ieri aveva una casa in Romania o nell’ex-Jugoslavia. La mobilità è sempre coatta e non è mai una scelta. Nel nostro Paese il 70% della popolazione romanì ha cittadinanza italiana e vive in delle case (l’arrivo dei romanì risale al XV secolo).

Bisogna facilitare l’accesso alle case popolari oppure sviluppare insediamenti urbanistici non ghettizzanti. E’ necessario favorire il più possibile la scolarizzazione, l’accesso all’assistenza sanitaria e l’entrata nel mondo del lavoro delle famiglie di rom e sinti più disagiate.

Promuovendo la conoscenza della storia, della cultura, dell’arte e della lingua dei rom e sinti si possono combattere gli stereotipi negativi e favorire l’integrazione. Oggi i rom sono al centro dell’attenzione mediatica esclusivamente per i fatti di cronaca che coinvolgono alcuni di loro, mentre non viene riservato spazio per gli eventi culturali che pur si organizzano sull’intero territorio nazionale (Festivals, concerti, mostre, esposizioni, convegni, rassegne cinematografiche, concorsi letterari, etc). Tutto questo genera un’immagine sbagliata di un’intera popolazione.

Dobbiamo prendere atto del palese fallimento delle forme di assistenzialismo che le associazioni di volontariato hanno portato avanti fino a questo momento. Ogni anno si sperperano centinaia di migliaia di euro per progetti di scarso o di nessun valore.

Si pone l’urgenza di creare in Italia una consulta composta da intellettuali Rom e Sinti che abbiano una esperienza internazionale sulla realtà delle comunità romanès che possa favorire la mediazione nella risoluzione dei problemi sociali e politici.

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mercoledì 28 maggio 2008

Elogio del suv

Oggi siamo in guerra, e io sono tenuto a proteggere me stesso e la mia famiglia. Perché in guerra si vince o si perde. E a vincere è chi si arma in modo da diventare più forte degli altri. In guerra si vive o si muore. Non mi chiedete di rassegnarmi a una probabile morte. Voi dite che così costituisco pericolo per chi non gira in SUV? E perché dovrei espormi io ai danni che mi possono provocare quelli che girano in SUV? Voi dite che così inquino e spreco? E perché dovrei preoccuparmi di difendere io l’ambiente? Il mio dovere è proteggere innanzitutto la mia famiglia. Forse che la mia morte in un incidente serve alla salvaguardia dell’ambiente? Voi dite che non c’è spazio, che io ne occupo troppo – in strada, nei centri città, nei parcheggi. Il punto non è questo, il punto è che io non voglio andare a occupare anticipatamente lo spazio di una bara. Perché, se non l’avete ancora capito, qui è in corso una guerra di tutti contro tutti, non l’ho voluta io, io sono costretto a combatterla, ma la voglio combattere con qualche possibilità di vincerla e sopravvivere. Voi dite che non sono socialmente responsabile. E di chi devo esserlo, se non innanzitutto di me e dei miei famigliari? Quando sarò morto, non mi consolerà il fatto di essere stato un ambientalista corretto, un altruista perfetto. Credete a me, chi ancora non si è comprato il SUV, è perché non ha i soldi per comprarselo, o perché non si è ancora reso bene conto del pericolo che corre. Se c’è sempre più gente che gira armata – di SUV o di pistola – io non so cosa farci, ma non posso neppure fare finta che non sia così. Se qualche male intenzionato capisce che io sono armato, vedrete che mi girerà alla larga. Perché, se non l’avete ancora capito, chi si fa pecora il lupo se la mangia. Io non sono nato lupo, ma perché dovrei accettare di morire come una pecora? Lasciatevi consigliare da me, fatevi un bel giro di prova su un SUV. Vedrete come vi sentirete in alto, fuori della mischia, al sicuro da tutti gli sfigati, gli sciocchi e i malintenzionati. Se poi qualche morto di sonno finisce per sbattervi contro, tranquilli, c’è l’assicurazione che paga, e un buon avvocato si trova sempre. Siamo in guerra, e in guerra si vince o si perde, si vive o si muore. Lasciamo le belle ciance agli idealisti..

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venerdì 23 maggio 2008

Rifiuti di stato

Si è mai visto al mondo che per mantenere pulita e in ordine la propria casa si debba essere costretti dall’intervento di una forza militare? Si è mai visto trasformare una antica e universale questione di igiene in fonte di speculazione e lucro, in minaccia collettiva e drammatica emergenza sanitaria? E si è mai visto al mondo che per riportare un minimo di ordine e di civile decoro, e ottenere il rispetto delle regole elementari di convivenza, siano nominati giusto coloro che hanno massimamente contribuito al loro dissesto e scardinamento? Oggi si direbbe essere la capacità dimostrata nel saper ricorrere senza remore né scrupoli all’uso della forza, a legittimare chi si candida alla guida. Cosicché, dopo avere fatto del proprio meglio per discreditare l’idoneità del cane del pastore, è il lupo a essere plebiscitariamente investito del compito. Il patto tacito è che, in cambio della protezione, potrà banchettare a piacere con le carni delle pecore più saporite e tenere. E’ come se una famiglia, come condizione estrema per la propria sopravvivenza, accettasse di sacrificare alle brame del protettore le sue migliori creature. Là dove non si capisce più dove stia il confine tra furbizia cinica, disperazione ottusa e follia suicida. A questo punto è la notte

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lunedì 19 maggio 2008

Gomorra. Alcune riflessioni dovute al film

Scampia, Napoli e buona parte della Campania sono realisticamente raffigurabili sotto forma di tumore. E questo tumore è il risultato di una parte e di un ruolo che Napoli, e buona parte della Campania, svolgono in sintonia con un sistema economico-malavitoso di carattere più generale – sicuramente nazionale, ma anche oltre. Sistema camorristico napoletan/campano, e sistema economico illegale nazionale, interagiscono e si tengono proficuamente insieme.

A comandare è la caccia frenetica e compulsiva alla conquista di grandi quantità di danaro attraverso il traffico di droga e le attività illecite capaci di produrne in abbondanza. Al comando di questo meccanismo di potere e ricchezza può aspirare soltanto chi si fa rispettare e temere, dimostrandosi rapido e disinibito nell’ infliggere anche la pena di morte.

(Può sembrare divagazione impertinente, ma forse non lo è. La notizia di questi giorni che rinviati a giudizio per la strage di Piazza della Loggia a Brescia sono alcuni caporioni fascisti come Rauti in qualità di esecutori, agenti dei servizi segreti come depistatori e occultatori in combutta con il generale Delfino, allora capitano de carabinieri incaricato delle indagini, richiama una logica nella sostanza non dissimile.
Forse anche ricordare che Alemanno ha sposato la figlia di Rauti, e Berlusconi era iscritto alla P2, può suonare impertinente, ma forse non lo è. D’altra parte, è stata la difesa del potere e della “roba” di una classe borghese spaventata dalla crescita minacciosa del movimento operaio e comunista, a portare negli anni Settanta e Ottanta, a partire dalla strage di Piazza Fontana a Milano, alla scelta di azioni di morte – la strategia della tensione e delle stragi – che costituiscono forma coerente ed estrema della lotta tra le classi adottata dalla borghesia per difendere i suoi privilegi. E la stessa cosa succedeva in quegli anni, e in forme ben più cruente, in Grecia, Cile, Argentina, dove venivano torturati ed eliminati, con la benedizione delle gerarchie della chiesa cattolica, decine di migliaia di oppositori. E non era già comunque successo in Italia agli inizi degli anni Venti, dopo il “biennio rosso” e gli scioperi operai, che capitalisti e agrari abbiano pensato bene di rispondere e reagire finanziando e armando le ronde – pardon! le squadracce fasciste?)

Rispetto al proliferare del tumore, di cui si ha referto cinematografico perfetto in Gomorra, la sinistra al governo si è dimostrata molle e inetta. Forse, piuttosto che intignarsi nel risanamento del bilancio, o preoccuparsi della fame in Africa, dei pellegrinaggi ad Auschwiz o delle notti bianche a Roma, era il caso di varare una legge sul conflitto di interessi… Ma la attuale destra non può risolvere alcunché: può anzi soltanto aggravare, perché è parte costitutiva e origine del problema. I peggiori rifiuti tossici interrati dalla camorra vengono dalle industrie venete e lombarde ferventi tremontiane, leghiste e forzaitaliote, così come tra i maggiori fruitori di droghe sono quei ricchi mercati, così come i proventi delle organizzazioni malavitose vengono reinvestiti nell’edilizia e nel commercio di Parma, Milano, Torino – Berlino, Madrid, New York…
Gomorra, il bel film di Garrone, non mette in scena il bene contro il male, il giusto e il diritto contro lo storto, la resistenza contro la resa. Ma il fatto che ci sono mille modi più o meno evidenti, più o meno espliciti, di assumere e interpretare il male. Qui siamo alla guerra di tutti contro tutti, alla corsa di torme di topi impazziti a chi uccide prima l’altro. Ai più deboli, a chi vorrebbe tirarsi da parte (il ragazzetto che consegna la spesa a domicilio, il ragioniere che smista le quote di denaro destinate dai capi clan alle famiglie con un membro affiliato in carcere, il sarto dal talento straordinario punito perché non totalmente disponibile agli ordini), viene brutalmente posta l’unica alternativa possibile: o con noi, e allora esegui ciò che noi ti ordiniamo, o con i nostri avversari, e allora aspettati un colpo di pistola alla testa.
Gomorra si presenta come una pietra tombale sopra una certa napoletanità folclorica artificiosamente per troppo tempo coltivata. Nel film il kitch sentimentale melenso delle canzonette è colonna sonora perfidamente perfetta della ferocia di cui sono impastate le storie messe in scena. Siamo in presenza di una somatizzazione del male evidente nelle fisionomie delle facce stravolte, delle voci rauche e stridule, dei corpi deformi. A interpretare le vicende della guerra che li sta distruggendo sono i protagonisti reali, quelli quotidianamente alle prese con le vicende raccontate. E coloro si prestano con uno zelo così evidente nel fare bene, con una partecipazione eccitata e quasi euforica: quasi in posa per una foto collettiva. Vedete - sembrano vantarsi - come noi sappiamo scannarci bene… Perché questo non è un solo un film, in realtà è uno psicodramma collettivo sotto forma di tragedia girata dal vivo e in diretta, con la adesione entusiastica dei carnefici che sono, anche e insieme, di sé stessi le vittime. Si direbbe che un intero popolo sia stato costretto, per sopravvivere, a una torsione maligna, a una condizione collettiva di sabba sado-maso. Vengono in mente i kapò dei campi di concentramento nazisti che spesso erano scelti, in cambio della sopravvivenza, tra gli stessi ebrei internati.
Allo stato dell’arte, e da quel che nel suo specifico racconta anche il film, si conferma che qui a vincere a mani basse sono Berlusconi e Montezemolo, papa Ratzinger e padre Pio. Il male trionfa? Hanno vinto manipolazione mediatica, superstizione e ignoranza, terrore di fronte all’esercizio arrogante ed esplicito della violenza? Non resta che affidarsi ai santi protettori, ai magnacci benefattori. Tanto ci sono sempre i rom che stanno peggio di noi e con cui siamo autorizzati a prendercela.
Le élites miliardarie e malavitose al potere sono oggi così forti che possono permettersi tutto: invocare piamente l’aiuto di Dio e inviare l’esercito a risolvere il problema dei rifiuti - non senza prima essersene riccamente serviti, e avere graziosamente offerto all’opposizione un incontro a colazione.
In preda a scoramento e disperazione, alla fine le masse oppresse hanno ritenuto necessario inginocchiarsi ai piedi dei carnefici, dichiarandosi pronte a tutto.
Gomorra conferma che questo è un Paese così avvilito e disperato da essere ridotto a chiedere protezione giusto ai monatti che hanno propagato il virus.
Toccherà, insieme al prode Bassolino, e come ultima chance per non affondare,
tifare per Berlusconi? E non è questo l’ultimo approdo ripugnante e osceno?

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giovedì 15 maggio 2008

Brutta storia

Brutta storia, questa di D’Avanzo.

Secondo lui, i Travaglio, i Grillo, i Di Pietro, i Santoro (ma anche i Woodcock, i De Magistris, le Forleo – ma anche, alla fin fine, i Falcone, i Borsellino e tutti quei giornalisti e giudici che sono stati ammazzati soltanto perché facevano bene il loro lavoro), apparterrebbero a un’unica, tenace, fastidiosa e petulante Agenzia del Risentimento. A decretarlo è l’Agenzia del Buon Sentimento, l’unica legittimata a operare – quella appunto di D’Avanzo. La prima può essere tollerata quando si fa docilmente utilizzare. Ma se rivendica autonomia e libertà d’azione, se pretende di giocare in proprio, se si mette di traverso e produce interferenza e disturbo, va screditata, disarticolata, distrutta.

Ricorda la vecchia scuola del PCI: se non ti accontenti del ruolo ornamentale di fiore all’occhiello, se non fai il docile “indipendente di sinistra”, se pretendi di operare non allineato e subalterno, allora io ti distruggo. Perché nessuno può permettersi di agire indisturbato alla mia sinistra.

Se la linea oggi decisa è quella moderata, soft e ultralight, se si abbozza e ci si acconcia alla cordiale intesa, alla difesa dei rispettivi campi di interesse, saltando a pié pari il macigno del loro conflitto con la sfera politico-istituzionale, chiunque non si adatti e aderisca si pone come oggettivo elemento di disturbo.

E così, D’Avanzo, tra i massimi esperti nella conoscenza dei fatti e misfatti del Bel Paese e da sempre propugnatore della libera, aperta – necessaria! – loro circolazione, affronta Travaglio all’arma bianca, reclamando la propria superiorità e l’altrui insipienza e malafede. Qualcuno, proprio della parte non sospetta, ha deciso che Schifani è sempre stato un galantuomo, o quantomeno è tornato a esserlo. E che la guerra è finita – o che almeno va dichiarato l’armistizio. E che chi non lo rispetta è un pericoloso disfattista. E’ come se, avendo concordato una tregua con i generali dell’esercito nemico, le truppe specializzate nell’assalto bianca all’improvviso non servissero più. Anzi, con le loro incursioni tra le file avversarie, quella tregua rischiano di affossarla… Ecco allora scendere in campo il campione tra i guastatori e gli arditi, e all’irriducibile Travaglio soavemente dice: vedi, caro, tu sbagli a usare come metodo la pugnalata alle spalle. E per dimostrarti quanto essa sia dolorosa, a scopo didattico/terapeutico te ne sferro una. Così magari capisci prima e impari subito. Poi si scopre che la storia raccontata è del tutto inventata/infondata? Pazienza. Non è esattamente questo il metodo usato da Travaglio? Di che si lamenta ora?

Brutta storia, questa di D’Avanzo. Di un cinismo manipolatorio da restarne disgustati.

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Meltemi Editore 2009