mercoledì 18 febbraio 2009

Eluana Englaro, un libro e una legge

La notizia sprofonda nelle pagine interne dei quotidiani e sparisce dalla tv, mentre il silenzio che avrebbe dovuto accompagnare la tragedia di una donna e della sua famiglia cala proprio quando sarebbe auspicabile una comune riflessione sulla proposta di legge in discussione in Parlamento.
Spento il clamore scatenato irresponsabilmente intorno agli ultimi giorni di Eluana Englaro, dissolto il "caso" sul quale per settimane si sono accaniti commentatori e politici non sempre animati dalle migliori intenzioni (non sono tutti uguali: nei toni strillati, nei termini oltraggiosi, nelle analogie improprie e intenzionalmente ingannevoli, dovremo tenere memoria dello scempio di parole che è stato ancora una volta consumato sul corpo di una donna), ora possiamo provare a rileggere la storia di Eluana per comprendere cosa può insegnarci.

Lo abbiamo tenuto nel cassetto per settimane, questo libro. Il pudore e il dubbio ci hanno impegnato a tacere finché la nostra iniziativa potesse apparire solo per quello che vorrebbe essere: un contributo al ragionamento sulla fine della vita, su come essa sia irreversibilmente mutata con le accresciute opportunità offerte dalle tecnologie biomediche, su come tali opportunità possano rivolgersi nell'opposto "apparato di cattura" in assenza di un quadro di regole e comportamenti condivisi che rispettino in primo luogo la libertà di scelta della persona.
Insieme all'autore del volume, noi della Meltemi ci auguriamo che questa pubblicazione possa sollecitare un dibattito che conduca a ripensare il testo della legge sul testamento biologico oggi in discussione al Senato, raccogliendo e interpretando le parole insuperate della nostra Costituzione dove recita che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".

Alcuni interventi e commenti utili a farsi un'idea:

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lunedì 24 novembre 2008

La Classe. Una analisi per avvicinamenti progressivi.



Film di gran classe, La Classe, che ha vinto l’ultimo Festival di Cannes. Tanto da spingermi ad aggiungere ai tanti un mio argomentato elogio.

Dentro le mura di una terza media (Entre les murs è infatti il titolo originario del film) della banlieu parigina più meticcia e incasinata, veniamo chiamati ad assistere alla messa in scena di una bellissima sfida la cui natura a me viene da sintetizzare così: come trasmettere conoscenza e saperi a un gruppo di ragazze e ragazzi tra i tredici e i quindici anni che vivono in un quartiere periferico della Capitale francese, e ospita al suo interno rappresentanti dei Paesi una volta appartenuti all’Impero: dal Mali all’Algeria, dal Marocco alle Antille, con l’aggiunta di due ragazzi cinesi da poco immigrati? Sono adolescenti e quindi già di loro alle prese con trasformazioni, tempeste ormonali, ricerca di identità. E vivono in un mondo già di suo alle prese con il travaglio di una trasformazione vorticosa. Sono infatti portatori di abitudini, linguaggi, sensibilità e modelli culturali fortemente differenziati. E si ritrovano inseriti giorno dopo giorno per nove mesi in uno stanzone sommariamente arredato, dentro un edificio pomposamente chiamato scuola. Cosa li tiene insieme senza che prevalgano le spinte distruttive di un latente – ma neanche tanto - conflitto anarcoide, o si ritirino indifferenti nel loro guscio ad ascoltare musica aspettando con ansia il suono della campanella? Cosa li può far uscire da quel guscio, porre attenzione vera a ciò che li circonda, rendersi disponibili per tentare un percorso di crescita intellettuale e morale comune?

Senza indulgere a sentimentalismi dolciastri, senza infliggere esagerazioni ed esasperazioni melodrammatiche, spesso sfruttate in tanti film sulla scuola degli anni passati, senza nascondere difficoltà e ostacoli, a volte scoraggianti perché insormontabili (alcuni dei genitori dei ragazzi, invitati a colloquio a scuola, neppure conoscono la lingua del Paese che li ospita), una risposta il film la dà. E la risposta viene dall’impegno appassionato di un insegnante che cerca nel quotidiano di trasmettere concretamente il senso, il valore, l’importanza per chiunque – per dei ragazzi in un mondo siffatto specialmente - di una acquisizione progressiva del bagaglio necessario di conoscenza e sapere. Ma non in generale e in astratto, non in osservanza a un programma predisposto e predigerito,non in ossequio a un ordine esterno spesso incomprensibile e ostile, ma proprio a partire dalla realtà soggettiva dei ragazzi, dalla loro problematica esperienza, dal loro vissuto di dubbi, incertezze, aspirazioni, sogni.

Il film funziona proprio nel mostrare persuasivamente il farsi difficile e lento di questo straordinario e necessario percorso, non solo perché il regista, Laurent Cantet, è bravo – e con lui bravissimi ragazzi e ragazze della classe –, ma perché il racconto e la sceneggiatura sono tratti da un libro/testimonianza il cui autore è anche l’insegnante protagonista del film. Dalle vicende messe in scena risulta evidente come rispetto reciproco, e rispetto delle regole di una disciplina necessariamente rigorosa, non sono feticci astrusi, né scorciatoie retoriche e furbe alla Gelmini, ma cornice e imbastitura di un senso della scuola e di uno scopo che consistono proprio nel valorizzare e far acquisire dignità a tutti, purché partecipi di un lavoro condiviso nella ricerca di metodo, linguaggi, tecniche a tal fine indispensabili.

Alla fine dell’anno i ragazzi ricevono dal loro insegnante, a testimonianza del buon lavoro svolto, copia personalizzata dell’autoritratto che ciascuno ha descritto con episodi e illustrato con disegni e foto, contribuendo così a dare vita a una classe non formale e burocratica, ma fatta da individui che lavorando insieme si sono un pò alla volta conosciuti, misurati, stimati. Certo, non tutto riesce e ha successo. Uno dei ragazzi, Suleiman, pur essendo il più dotato, e malgrado i migliori sforzi e intenzioni del prof, non ce la fa a trovare un suo spazio costruttivo. Reagisce male al punto da venire espulso dalla classe e dalla scuola. E in questo anche il professore è costretto a fare i conti con i suoi limiti ed errori.

Pur in presenza di tanti ostacoli, difficoltà e resistenze, che mai come oggi caratterizzano il funzionamento della scuola e il percorso formativo pubblico, La Classe riesce a trasmettere efficacemente il messaggio che proprio per questo mai come oggi ragazze e ragazzi abbisognano di aiuto e guida, reclamano credibilità e passione, competenza e disponibilità reale negli insegnanti che incontrano. E quando con le loro infallibili antenne e fameliche attese percepiscono l’impegno vero, la passione gratuita, i più, ciascuno a modo proprio, prima o dopo corrispondono. Il clima che ne consegue, per gli ostacoli che affronta può definirsi eroico, ma per le scintille e vibrazioni che sprigiona viene da definirlo entusiasmante e perfino erotico. Ma quale passaggio vero di conoscenza e sapere tra adulti e ragazzi può esserci mai, se non in presenza di una accensione di emozioni e sentimenti che ha a che fare con l’energia e la forza dell’innamoramento? E senza l’energia che solo una forma di relazione che ha a che fare con la seduzione e l’innamoramento è capace di suscitare, come ci può essere vero insegnamento/apprendimento? Alla fine dell’anno, anche la più sgradevole e apparentemente refrattaria delle ragazze confida inaspettatamente di avere letto a casa, sottraendolo alla sorella più grande, La Repubblica di Platone. E si abbandona a un resoconto toccante di quello che ne ha tratto, specialmente dell’essere rimasta affascinata dal continuo far domande, da parte di Socrate, a chiunque incontrasse per strada: sulla sua vita, l’amore, i sogni, i progetti, la religione, la morte. Allora: La Classe e la Scuola, oggi? Socrate, appunto.

La Classe 2
Vorrei aggiungere alla scheda precedente una integrazione. Partendo da una domanda: cosa si può rimproverare al pur bel film di Laurent Cantet? Forse due cose. La prima: i 25 ragazzi e ragazze che compongono la classe, esclusi un paio, sono semplicemente incantevoli. Belli, teneri, espressivi, seduttivi. Proprio bravi. Cantet non ha scelto una classe normale, ha evidentemente riunito in una sola classe i tipi migliori presenti nell’intera scuola, o nell’insieme di più scuole. Questa, ammettiamolo, suona un po’ una furbata. Ognuno/a dei ragazzi/e rappresenta al meglio l’etnia di cui è espressione, e qualche fastidioso sospetto di una operazione alla United Colors of Benetton in effetti viene. Troppa esteticamente adorabile perfezione in una classe sola.

Il secondo appunto riguarda il gruppo di insegnanti. A parte il protagonista, straordinario nella sua appassionata professionalità, anche gli altri prof non scherzano. Il Preside, pacato ed equilibrato pater familias, si mostra perennemente preoccupato che della legge sia salvo oltre alla lettera anche lo spirito, mentre tutti gli insegnanti esprimono nel loro lavoro il meglio che di più non si può. Se, a mia esperienza, nelle scuole normali è l’insegnante bravo a costituire eccezione, qui a costituirla è quello un po’ meno bravo, quello un po’ nervosetto e non del tutto disponibile. Sarà realmente questa la realtà delle scuole francesi, tutti ragazzi così adorabili, e i professori così coscienziosi e generosi? Mi viene in mente un altro recente film inglese (Diario di uno scandalo, di Richard Eyre) la cui storia è parimenti ambientata in una scuola, là dove al centro della stessa c’è una giovane e graziosa insegnante che cede alla voglia di godersi senza remore un intraprendente e focoso quindicenne brufoloso. In agguato c’è però l’insegnante anziana, lesbica e acida, che, accortasi della disdicevole tresca e concupendo l’insegnante più giovane, non si fa scrupolo di ricattarla pur di averla tutta per sé. Una storiaccia trasgressiva e sgradevole, ma resa in modo psicologico acuto e verosimile. Quale è la realtà vera della scuola oggi, quella tutto sommato eroico/idealistica messa in scena da Cantet, o quella cinica e torbida del regista inglese? Forse, ciascuna per la sua parte, tutte e due. D’altra parte, che c’è di meglio di una gioventù vitale, bellissima e un po’ sbandata da redimere? E cosa di più stuzzicante e pruriginoso – ma anche di coraggioso – di un disvelamento di quanto nelle ordinate e sonnolente scuole inglesi ribolle dalla cinta in giù? (Un dubbio finale: e se nella scuola dei nostri tempi, a poter insegnare cose necessarie e importanti fossero più i ragazzi ai professori, che viceversa? Obama ha vinto le elezioni negli USA grazie alla Rete, agli sms, ai blog e a Face Book – cioè ai giovani, al loro entusiasmo, alla loro familiarità con le nuove potentissimi tecnologie della comunicazione. Nel frattempo, e ancora, la gran parte dei nostri insegnanti continua a pretendere ascolto mentre solennemente scandisce: “Tityre tu patulae recubans…”)

La Classe 3
C’è ancora qualche osservazione che vorrei aggiungere su La Classe di Laurent Cantet – e anche questo prolungato germinare di riflessioni va a conferma del valore del film. Dicevo della temperie eroica ed erotica che è la dimensione vera di una relazione di insegnamento/apprendimento tra docenti e discenti. Dicevo anche che il professore protagonista nel film è professore nella realtà, e ciò che nel film si racconta è frutto della testimonianza della sua esperienza raccolta in un libro da cui il film è tratto. Bene, nel film appare evidente uno sbilanciamento di attenzione emotiva del prof nei confronti dei ragazzi, e invece un suo soffermarsi quasi sospeso nello scambio con le ragazze. Appare poi evidente nel professore - nelle modalità espressive, nelle posture e nello stesso modo di atteggiarsi e camminare - una qualche valenza femminile, il che non significa femminea o effeminata, ma qualcosa che ha a che fare con la sensibilità, con l’apprensione protettiva propria del femminile materno. Non è infatti un caso che Suleiman, il più forte, diretto e franco tra i ragazzi, a un certo punto del film sollevi la questione delle dicerie che ha raccolto in giro, e cioè che al prof piacerebbero gli uomini. Così come forse non è un caso che il film si chiuda con l’inaspettato ingresso in scena di Socrate, evidentemente proposto come modello pedagogico. Ma ciò che della realtà del modello rimane nel film parte rimossa, è che Socrate con Alcibiade andava a letto, in una pratica di relazione pedagogica che non espungeva da sé il sesso, ma lo considerava anzi come parte coadiuvante necessaria.

Il problema può anche essere affrontato da un altro lato. C’è un passaggio del film in cui Suleiman, in uno scambio di dissenso conflittuale con il prof, gli si rivolge dandogli del tu. Ovviamente non si tratta di un tu di intesa e complicità, ma di paritaria e orgogliosa sfida. Questo è dal prof considerato intollerabile, ritenuto anzi motivo di segnalazione disciplinare al preside. Di fronte alla provocazione esplicita del ragazzo (guarda che io posso anche decidere di non rispettare regole di un gioco in cui non mi riconosco), il professore non prende in considerazione che quello è passaggio delicato e critico perché investe il fondamento della relazione tra due individui, e che quindi la sfida doveva essere accettata, e magari ricollocata, per meglio chiarirla, in un tempo successivo e in un ambito più appartato. Preferisce invece rifugiarsi dietro l’ autorità dell’ istituzione appellandosi alla sacralità delle sue regole. Di fronte al tu paritario e sfidante del ragazzo, il vero timore non sembra essere quello di una verifica necessaria delle ragioni sulle quali una relazione pedagogica autentica deve fondarsi, ma piuttosto quello della caduta della distanza, là dove il fattore distanza è chiaramente ritenuto presupposto irrinunciabile dell’autorevolezza. Ma Socrate, nel mostrarsi ai suoi discepoli in mutande - e anche senza -, perdeva per questo la sua autorevolezza? Cosa si vuole salvaguardare nascondendosi dietro una insuperabile distanza: il rispetto della competenza? O forse si teme che la troppa vicinanza sveli che dell’altisonante ruolo istituzionale è rimasto ben poco, e forse solo il vuoto simulacro?

Per associazione mi viene da ricordare quanto in un suo racconto osserva Silvano Agosti, là dove afferma che la nostra società, avendo separato tenerezza da sessualità, sessualità da amore, le ha trasformate in ipocrisia, misticismo e pornografia. Forse perché ciò che si dichiara di volere separare e confiscare a scopo di tutela dei più deboli si è invece trasformato in autodifesa di un proprio adulto potere di status e ruolo, in un depotenziamento e inaridimento della vita di relazione e interazione pedagogica alla sua fonte? Quanto si nasconde in termini di travisamento della verità dietro i paludamenti delle costruzioni e delle narrazioni ideologicamente di parte?

Insomma, come spero di essere riuscito fin qui a evidenziare, dentro le mura di una classe scolastica sono messi quotidianamente in gioco modelli e principi, questioni e temi che riguardano non solo il come mantenere la disciplina, o come esercitare decentemente il proprio ruolo di insegnante oggi, in una scuola della periferia metropolitana: ma chi realmente siamo noi, come dislochiamo i poteri e quanto (dis) onestamente pratichiamo i rapporti di forza, che senso vogliamo dare alla vita, cosa intendiamo lasciare in eredità alle nuove generazioni, e come. E si lascia timidamente intravedere che anche il maestro ha un sesso, ed evidenzia quale senso e peso condizionanti, in positivo e in negativo, continuino ad avere seduzione ed eros in un rapporto pedagogico, anche – specialmente? - quando essi siano tenuti ai margini, negati e rimossi. E quanto il non detto o il malamente dissimulato sia a volte la miglior chiave di lettura per la comprensione di una realtà.

La Classe 4
Proviamo a procedere con un ultimo sforzo nella riflessione, un po’ come fa il subacqueo che scende sempre più in basso a caccia di tesori sommersi. E proviamo quindi a mescolare, seguendo una logica di pura verosimiglianza, la trama dei due film, La Classe oggetto di indagine, e quello sulla scuola inglese sopra citato e sessualmente più esplicito. Forse così si riesce ad acciuffare una verità non necessariamente effettuale, che riguarda cioè la vita privata del professore, ma quella sostanziale del racconto proposto. Che Suleiman sollevi in classe l’ipotesi, sia pure riferita da “altri”, sulla omosessualità del professore; e che, sempre Suleiman, affronti il prof con linguaggio sfidante e dandogli pubblicamente del tu; e che il prof lo porti di corsa dal preside per farlo punire, facendolo così precipitare verso l’espulsione dalla scuola, si reggerebbero meglio in piedi se poggiati a un più equilibrato centro. Che esisterebbe se le cose fossero ad esempio andate così. Il prof, gay o non gay che sia (tra l’altro nel film, mentre di altre professoresse si danno festicciole alla notizia che sono incinte, dello stato civile del nostro - sposato o fidanzato o meno - non si dice nulla), verosimilmente prova una umanissima attrazione “socratica” nei confronti di Suleiman. Quest’ultimo, con le antenne sensibilissime di cui i ragazzi a quell’età sono forniti, l’ha percepito. Chissà, magari il prof stesso glielo ha fatto capire in maniera più o meno esplicita. (Dopotutto, la professoressa nel film inglese, in una situazione analoga, procede al dunque come una travolgente locomotiva). E la sfida del ragazzo che gli dà in pubblico un paritario tu, dopo avere tentato la carta delle dicerie sulla presunta omosessualità del prof, ha il significato di chi reclama una dichiarazione/confessione. E’ come gli chiedesse: insomma, chi sei veramente tu? Sei sicuramente un insegnante bravo ed esigente: ma non sei anche altro di più umano e a me molto vicino?

E’ verosimilmente questo ad allarmare il professore, e non la vivacità un po’ arrogante del quindicenne di periferia che bulleggia, ciò che lo spinge a favorire l’espulsione di Suleiman dalla scuola. Tra l’altro, una compagna di Suleiman gli riferisce allarmata che Suleiman, se espulso, verrebbe punito ben più pesantemente dal padre che lo rispedirebbe dritto in Mali. E per Suleiman questo sarebbe un disastro esistenziale. Ma il professore non recede dalla sua decisione. E Suleiman diventa così colui che deve essere sacrificato. Ma perché ha dato del tu al professore e definito stronzi i suoi compagni che lo rimproveravano, e se ne è andato dalla classe sbattendo la porta e spingendo casualmente una ragazza che cercava di trattenerlo ferendola in viso, o per qualcosa di più perturbante e pericoloso? Ecco, se le cose fossero state presentate così, il film avrebbe avuto una sua verità drammatica e piena. Ma in questo caso la figura del professore avrebbe avuto un profilo meno irreprensibile – sarebbe stato cioè disegnato non come un laico ed edificante santino, ma in modo più carnalmente umano. E al comportamento di Suleiman sarebbe stato conferito maggior spessore, mentre così lo si propone come uno spacconcello insensato e gratuito. Peccato perché Cantet, nel suo Verso Sud, ha saputo entrare nei meandri dell’attrazione e del desiderio tra mature e benestanti donne bianche occidentali e giovani aitanti e poveri haitiani. Ma qui ha sicuramente dovuto attenersi al racconto del professore, rispettare l’ambito e i confini della sua narrazione. Forse il regista più adatto per questo tipo di esplorazioni è Gus Van Sant, che già ci è andato vicino con il suo Scoprendo Forrester, dove il duetto protagonista è composto da un sedicenne nero sexy e talentuoso nella pallacanestro e nella scrittura, e un sessantenne professore magnificamente interpretato da Sean Connery.

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lunedì 10 novembre 2008

Libera competizione

Chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza degli attuali meccanismi di reclutamento nell'università italiana non si lasci sfuggire questo post dal blog di Piero Vereni:
http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/mercato-delle-vacche.html
Una seconda puntata qui:
http://pierovereni.blogspot.com/2008/11/come-scegliere-i-commissari.html
Grazie a Piero per la consueta, ancorché amara, chiarezza.

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domenica 9 novembre 2008

Onde Tamare



Mi è in questi giorni capitato di seguire un pezzo di Uno Mattina, trasmissione della prima rete televisiva Rai. Intervistata dai due conduttori la scrittrice Susanna Tamaro; il tema, la scuola e il movimento dell’Onda contro la Gelmini e la sua riforma. Sono rimasto ad ascoltare sconcertato anche dal fatto che la Tamaro esponesse le sue argomentazioni del tutto priva di contraddittorio, assecondata anzi dai due compari ossequiosi e cinguettanti. Il suo intervento, durato complessivamente una buona mezz’ora, è così riassumibile.
1. Gli studenti protestano perché poco informati e manipolati da adulti in mala fede.
2. Il decreto va nella direzione giusta. Nella scuola ci sono troppi sprechi, i tagli sono assolutamente necessari.

3. Grembiuli, voti in condotta e maestro unico nella scuola primaria sono provvedimenti sacrosanti, perché portano uniformità, disciplina, ordine e risparmio.
A sostegno, nel suo solitario sproloquio televisivo Susanna Tamaro portava argomenti di questo tipo: “Un mio amico bidello mi racconta che i ragazzini, entrando a scuola la mattina, lo insultano ripetutamente. Ma se lui osa rispondere per le rime, quelli minacciano di denunciarlo”. Oppure, sul ritorno del maestro unico: “i tre maestri per classe (in realtà due su tre classi, ma pazienza), sono stati imposti dai sindacati per accrescere il numero di insegnanti occupati, ed erano in qualche modo giustificati dal baby boom degli anni Sessanta/Settanta. Oggi non ce n’è più bisogno. Io ho avuto alle elementari una sola maestra e mi sono trovata benissimo. Troppe figure in aula ingenerano nei bambini solo confusione”. E ancora, contro gli sprechi: “Se in una famiglia la madre passa il tempo a giocare a poker, non è giusto che si intervenga per vietarglielo?” E infine, sulla necessità di modificare i contenuti dei programmi: ”In seconda elementare già sanno tutto sulle piogge acide, ma non conoscono la differenza tra decilitri e centilitri..! Così riempiamo la testa dei bambini con problemi che non li riguardano, a scapito della conoscenza di cose ben più importanti”. Questi gli argomenti e gli esempi esposti dalla Tamaro, conditi da altri simili all’insegna di un buon senso regressivo e di una semplificazione reazionaria accasciante. Il messaggio trasmesso era questo: le cose, una volta (prima della globalizzazione? prima del ’68? durante il fascismo?) nella loro lineare semplicità andavano molto meglio. E’ lì che bisogna tornare.
Ora, che la scuola sia rimasta un corpo progressivamente separato dalle trasformazioni sociali avvenute negli ultimi (tre) decenni, non vi è dubbio. Che sia finita in una sorta di zona d’ombra e di vicolo cieco, comprensibilmente generando in chi vi lavora valanghe di rabbia e frustrazione, idem. Che quella pubblica in particolare sia stata lasciata – dai governi di destra, ma non solo – andare alla deriva, anche lì non vi è dubbio alcuno. E la riforma Tremonti/Gelmini, a base di tagli reali e di ritocchi simbolico-demagogici, di quelle scelte è rilancio virulento. Ma dovrebbe essere ben chiaro che chi a tali politiche oggi si oppone non lo fa perché difensore e alfiere della condizione e del funzionamento della scuola attuale. Ed è il caso di non farsi intrappolare nella parte di coloro che quel miserabile stato di cose, malgrado tutto, continuano a sostenerlo e a rivendicarlo. La vera novità importante e positiva di queste settimane è che, grazie anche alla arroganza e alla miseria dei provvedimenti governativi, gli studenti hanno reagito occupando e, meglio ancora, uscendo in massa per le strade e le piazze. E’ il movimento in atto, la sua passione ed energia, la sua rabbia critica, il suo rifiuto dello stato delle attuali cose scolastiche – e sociali e politiche – la vera uscita da un mefitico tunnel. E’ questa la vera condizione e base di una riforma della scuola concreta ed efficace oggi. Di una sinistra istituzionale che o è stata passiva e corriva,o ha fatto danni (io non rimpiango neanche Luigi Berlinguer, figuriamoci Fioroni!) io non mi fido. Io non credo a una riforma della scuola bellina, pulitina, perfettina, che pretenda di correggere e modificare rigorosamente all’interno del suo perimetro alcune delle storture evidenti, lasciando filosofia e impianto centrale tali e quali. Qui, per dove questo Paese è arrivato, si ha speranza di cambiare quel che serve, e arrivare dove si deve, soltanto agendo per il tempo necessario anche fuori delle aule, all’aria aperta, in pubblico, nel sociale e nel politico. Mettendo in discussione le cose nel loro marciume generale. Per essere chiari: se non si riesce a cacciare e sostituire buona parte dell’attuale classe politica dirigente che nessuno ha scelto perché auto nominatasi – mica solo quella di destra, il berlusconismo è uno spirito dei tempi ben più gramscianamente trasversale - non si va da nessuna parte, scuola compresa. Non è andando di nuovo per un soffio al governo, e con il Fioroni di turno, che le cose in generale, quelle scolastiche in particolare, cambieranno.
Ecco, di fronte al mite e petulante buonsenso reazionario delle Susanne Tamaro, si può e si deve reagire affermando: qui urgono rivolgimenti rivoluzionari. E poi tifare perché l’Onda duri, e si trasformi in pacifico ma radicale e generale tsunami.

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lunedì 27 ottobre 2008

Notizie e link dall'Onda

Qui di seguito trovate una selezione di alcuni dei siti o blog che stanno informando sulle iniziative nelle scuole e nelle università per evitare l'approvazione della legge 133/2008: molti di essi contengono liste aggiornate degli spazi on-line dedicati alla protesta. L'ultimo link rinvia al testo integrale della legge.


http://www.uniriot.org

http://mir.it/servizi/ilmanifesto/scuola2/

http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/2008/10/21/petizioni-blog-e-forum-contro-la-legge-133/

http://maestrounico.blogspot.com/

http://precaridellaricerca.wordpress.com/

http://universitadasalvare.blogspot.com/

facebook

il testo della legge 133/08

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domenica 26 ottobre 2008

Insieme a quelli che dicono: "non reprimete il nostro futuro"

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico
Piero Calamandrei
III° Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

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martedì 14 ottobre 2008

Post memoria

[di Massimo Ilardi]

Questo rinnovato conflitto esploso dentro le istituzioni tra fascismo e antifascismo non é entusiasmante. Anzi, deprime come ogni forma di conformismo. E’ una battaglia di retroguardia che si muove nel folto dei tempi lontani incapace di rispondere alle dure repliche del presente. La crisi culturale e politica della nostra classe dirigente trova qui, nell’asservimento a un tempo lineare e continuo, la manifestazione più eclatante della sua gravità e della sua visibilità. Lo stesso pensiero critico di sinistra che in altre occasioni ha dato prove di lucidità e creatività, messo di fronte a una questione sepolta ormai da quasi settant’anni, non può fare di meglio che perdersi in una pletora di luoghi comuni e dentro posizioni lontane da qualsiasi riscontro con una realtà sociale a dir poco ‘marziana’ rispetto a quei luoghi storici che si vogliono disseppellire. D’altra parte, quando torna a imperversare lo Spirito della storia come presenza eterna che vuole racchiudere in sé passato e avvenire incombe sempre minaccioso il rischio dell’accumulo di eventi ritenuti sacri, in quanto incarnano quello Spirito stesso, ma che di fatto non hanno più alcun significato per la vita di uomini e donne.

Un buon punto di partenza può essere invece questo: il fascismo, come fenomeno politico, culturale e sociale, é morto nel 1945 e con esso e nello stesso anno é morto di conseguenza l’antifascismo. Punto. Ora, non c’è dubbio che rientra in un processo naturale il fatto che la generazione che ha vissuto e sofferto queste esperienze le abbia conservate nella sua memoria e tenda a trasmetterle. Non é giusto però che pretenda di perpetuarle come eredità. Perchè se ciò che é stato, afferma Walter Benjamin, “viene celebrato come una ‘eredità’ é più disastroso di quanto potrebbe esserlo la sua scomparsa.” E’ invece proprio come ‘eredità’ che si tenta di celebrare, da parte di istituzioni e gruppi sociali consolidati dalla tradizione, il rito di una ‘memoria collettiva’. E, d’altra parte, come sarebbe possibile, mentre viviamo nella dimensione dell’iperconsumo, dell’uso effimero e della distruzione incessante di ogni cosa e valore, mentre accettiamo che la vita di un uomo sia strettamente ridotta alla sua esistenza individuale e che le generazioni passate e future non abbiano più alcuna importanza ai suoi occhi, formare una memoria collettiva al di fuori di un’eredità artificiale? Come sarebbe possibile, di fronte all’eccesso di percezioni, al moltiplicarsi di visioni che i media distribuiscono, immaginare il passato in maniera diversa da una vasta collezione di immagini, da un immenso simulacro fotografico, in cui la storia degli stili estetici ha preso il posto della storia reale?
Se é così, allora l’eredità che si vuole trasmettere alle generazioni successive assume i colori di una identità preconfezionata, di un prontuario di regole già stabilite, di un patrimonio di sentimenti e di tonalità emotive che, non avendo più alcun radicamento nella società, si vogliono perpetuare immutabili come fattore di coesione e di ordine pur essendo scomparso il gruppo di riferimento che li teneva in vita. E’ veramente un paese di vecchi quello che usa la loro supposta e arrogante saggezza per pretendere di possedere la verità! Salvo poi farli ritrovare come il protagonista del film di Lawrence Kasdan dentro un Grand Canyon sociale, sconosciuto e nemico.
Di altra natura, infatti, sono oggi i rischi che attentano alla nostra libertà materiale e su altri universi poggiano le culture giovanili che non ricercano alcuna memoria o simbolo per fondare le loro appartenenze. Esse si muovono leggere non attraverso il tempo ma lo spazio e proprio per questo rifiutano di rinchiudersi nei recinti di cemento costruiti dalle identità, soprattutto se sprofondate nel passato. Perchè non proviamo a chiedere loro se ricordano una data o, magari, solo il nome di qualcuno che ha partecipato a quella guerra civile di settant’anni fa? Ci accorgeremmo presto che quella guerra non é dimenticata, semplicemente non é mai esistita. A questo punto nessuno scandalo, nessun ditino accusatore o noiosa cantilena ‘buonista’ potrà nascondere la verità vera, e cioè che non possediamo più gli strumenti per conoscere quello che sta accadendo nel Grand Canyon sociale. La nostra cultura viaggia ancora al di sopra dei territori, legata alle ideologie che appartengono alla coscienza del lavoro intellettuale, delle sue avanguardie, dei suoi chierici, dei suoi specialismi. E’ sul territorio invece che si dispiega la catena delle conoscenze, delle mentalità, della mobilità, dei lavori, dei desideri che si sprigionano con violenza dalle culture metropolitane. Ed é sul territorio e solo sul territorio che le figure sociali si riconoscono come ‘parte’, organizzano le differenze, individuano il nemico.
Ben altro discorso sarebbe invece quello che si interroga sul perchè i segni visibili di queste culture si rivolgono sempre a destra e non più a sinistra come invece accadeva fino a qualche decennio fa. Perchè di segni si tratta e non di simboli: segni che guardano al presente e non simboli che scavano nel limo primordiale della Storia. Sono puri segni senza uno spessore temporale e una filosofia della storia che li sostenga e che hanno il solo scopo di provocare e di innescare il conflitto. Non provengono da una cultura e da una tradizione che fondano identità ma da una visione conflittuale assoluta che assegna appartenenze, tanto lucida e consapevole da portare a ogni costo allo scontro.
Ma perchè questi segni guardano a destra? Elenco semplicemente alcuni motivi che meriterebbero però ben altro approfondimento:
-il primo trova spiegazione nel contrasto tra democrazia e libertà. La crisi della mediazione politica e l’avvento di una società del consumo hanno trasformato il territorio non in un bene comune, come predica inutilmente la sinistra, ma in una misura e in una forma che si rendono spazialmente visibili attraverso la separazione tra differenze e l’esclusione delle diversità. E’ un territorio attraversato da barriere e da un tessuto di poteri centrifughi che si riproducono contro le istituzioni e che si struttura esclusivamente in connessione ai diversi rapporti di forza che di volta in volta vi si esercitano. E’ su questo territorio che il consumo proietta direttamente i desideri degli individui ed é sempre su questo territorio che il mercato cerca di esercitare la sua azione di controllo. Cercare di contrastare questi processi proponendo utopie (“un altro mondo é possibile”, la cittadinanza) o pratiche (il “fare società”, l’anticonsumismo, il riproporre gli antichi spazi pubblici della ‘città di pietra’) che si muovono non solo in una direzione diversa, che sarebbe legittima se tenesse comunque conto delle mutazioni antropologiche avvenute, ma secondo una linea completamente opposta che ripropone la democrazia come modello sociale e culturale fondato su un inarrestabile processo ugualitario e partecipativo, diventa pura follia politica. Perchè lascia alla destra la possibilità di gestire il dissidio tra la democrazia come forma di società e la libertà come pratica dell’individuo. Una libertà che non vuole impedimenti, non chiede partecipazione, scatena conflitti, delimita luoghi, crea differenze, non cerca consensi, non produce immaginari simbolici se non concretizzandoli immediatamente e che frantuma quella supposta massa democratica in gruppi, minoranze, individui in lotta tra loro e che agiscono sul territorio;
-il secondo riguarda il ‘vizio’ storico della sinistra di considerare diabolico tutto ciò che fuoriesce dalle istituzioni stabilite. Eppure la cultura di sinistra, almeno fino alla fine degli anni Settanta, é riuscita ad avere un ruolo essenziale nella politicizzazione della società italiana, e questo mentre le strade delle città venivano attraversate da conflitti sociali violenti che traducevano immediatamente in agire politico la loro intensità e l’innovazione culturale giocava un ruolo essenziale per legittimare la radicalità delle scelte di campo. Quando però la ‘ragion di Stato’ che é nel codice genetico dei partiti della sinistra ha di nuovo prevalso fino a criminalizzare una intera generazione, il distacco tra culture sociali antagoniste e politica statalista e legalitaria della sinistra istituzionale non poteva che consumarsi;
-il terzo, infine, si riferisce alla cultura di destra che, non riconoscendosi nell’arco democratico e costituzionale che ha fondato la Repubblica, é stata dal dopoguerra in poi una cultura antistituzionale, fortemente eversiva e destabilizzante rispetto al sistema dei partiti e alle sue regole. Questa carica che si é mantenuta nel tempo, nonostante svolte e svoltine, si ritrova oggi più adatta a rappresentare una microconflittualità che più di ieri é irrorata da una rabbia sociale e antistituzionale.

[da Carta, 22.10.2008]

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giovedì 26 giugno 2008

Una faccenda che mi sta a cuore

Ricevo e molto più che volentieri posto sul nostro blog la Lettera aperta che Massimo Canevacci ha inviato alla Facoltà di Scienze della Comunicazione.
La faccenda mi sta a cuore: per la profonda amicizia nei confronti di Massimo Canevacci, che è anche autore assai stimato della casa editrice, e per la mia passione verso l’antropologia culturale.
La Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma ha da tempo abbracciato un profilo assai discutibile, rinchiudendo troppo spesso le riflessioni di maggior spessore e complessità sull’universo della comunicazione dentro le maglie dell’infotainment e di una visione dell’industria culturale schiacciata sulla tivvù. Ciò ha anche comportato la, più o meno diretta, marginalizzazione, espulsione o autoespulsione di tanti docenti, ricercatori, studiosi che nutrono la vita accademica con la loro passione per la ricerca e la didattica e lo fanno a partire dalle relazioni tra loro e con gli studenti. Che si giungesse alla eliminazione di insegnamenti che in parte hanno costituito la storia di quella facoltà e che ne hanno certamente segnato tra le punte più alte, non solo per l’oceanica partecipazione degli studenti ai corsi, è, se mai ne avessimo avuto bisogno, un altro segno dei tempi. Cupissimi tempi, in cui l’università pare essere destinata a divenire l’esecutrice testamentaria di se stessa e in cui la domanda sempre più bruciante riguarda la garanzia della circolazione delle idee nel nostro Paese. Una faccenda di libertà, più che di diritto all’insegnamento.
Luisa Capelli


Lettera aperta per la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma

di Max Canevacci

Le nuove scelte didattiche della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” mi impongono di rendere pubbliche alcune perplessità, poiché, a fronte di un’indubbia crisi dell’ordinamento triennale, si è deciso di ristrutturare l’ordine degli studi secondo una visione della comunicazione restaurativa e schiacciata sull’esistente.
In tal modo, la scienza della comunicazione rischia di ridursi a una preparazione professionale di taglio giornalistico; le connessioni sperimentali e trans-disciplinari con quanto emerge nella comunicazione digitale (estesa tra design, architettura, pubblicità, performance, musiche, moda, arte ecc.) spesso risultano incomprese, “non controllate” o neutralizzate in “tecniche”; e vengono ignorate, di conseguenza, quelle ricerche che stanno tentando modificare paradigmi espositivi, composizioni espressive, narrazioni multisequenziali.
Tale tendenziale rinchiudersi della comunicazione dentro un giornalismo asfittico e un’apologia dei media impoverisce la Facoltà, trasforma i docenti in funzionari dell’“industria culturale”, addestra gli studenti alla rinuncia all’innovazione e all’assenso disciplinato, chiude alle nuove professionalità che attraversano visioni, stili, linguaggi, è indifferente alle prospettive che nelle università estere da tempo vengono applicate in questo ambito (si veda il ruolo dell’antropologia culturale nei Media Studies in tante università estere – MIT, Humboldt Universität, Escola de Comunicação e Arte dell’Università di São Paulo con la quale ho stabilito un accordo di scambio tra docenti e studenti). Tutto questo rischia di configurare provincialismo disciplinare, endogamia mass-mediale, diffidenza dell’emergente, sottrazione delle potenzialità digitali.
La materia che ho insegnato per più 20 anni – Antropologia Culturale, materia fondamentale per gli studenti di primo anno – è stata soppressa, mentre a Roma, in Italia e ovunque, sarebbe necessario moltiplicare le ricerche con questo orientamento, per contrastare le pericolosissime onde razziste, le chiusure localistiche, i decisionismi verticistici, le grettezze mediatiche.
Si è preferito, invece, puntare su materie “classiche” (diritto e storia), eliminando la prima delle tre discipline fondamentali delle scienze sociali (antropologia, sociologia, psicologia). Il docente che la insegnava viene “esiliato” al terzo anno del corso di laurea di Cooperazione e Sviluppo, con una materia denominata Comunicazione Interculturale. Già nel titolo del corso si esprime la continuità di un dominio neo-coloniale dell’Occidente verso un mondo “altro”: che la “cooperazione” sia focalizzata a dare aiuti economici ai laureandi e ai rispettivi Paesi di residenza, piuttosto che all’“altro”, dovrebbe essere ormai evidente; e sulla critica al concetto di “sviluppo” sono stati scritti così tanti saggi prima e dopo il ‘68 che è noioso solo ricordarlo. Quindi si crea una materia come Comunicazione Interculturale, che fin dal nome rafforza chiusure identitarie e culturali, regressioni scientifiche e formative, che purtroppo appaiono in sintonia con quelle politiche da “lega romana” adeguate al clima imperante, in cui un cattolicesimo appiccicoso cerca di controllare governi e opposizioni, atenei, facoltà, docenti.
I riferimenti cui la mia cattedra si è ispirata sono collocati, tra gli altri, nel filone antropologico inaugurato da Gregory Bateson: che, a partire dalle sue ricerche anticipatrici a Bali, hanno permesso di elaborare il “doppio vincolo”, concetto tra i più straordinari applicato sia alla comunicazione “normalmente” psico-patologica che ai mass media nascenti; fino alla sua collaborazione con Wiener per le primissime ricerche sulla cibernetica. Anziché dedicarsi a santi e madonne, processioni e proverbi – temi troppo spesso esclusivi nell’insegnamento di questa materia da noi – la ricerca antropologica di Bateson si inserisce nei flussi già all’epoca emergenti di comunicazione, tecnologia, alterità.
Infine, questa lettera non rivendica nulla di personale (vado in pensione dal prossimo anno e lascio quindi questa Facoltà). Essa esprime un posizionamento politico-culturale che individua, nella crisi crescente e apparentemente irreversibile della Facoltà di Scienze della Comunicazione, un problema su cui indirizzare la riflessione critica nell’interesse di docenti, studenti, impiegati: di chiunque viva e respiri l’aria di un’università che cerchi di dare senso ai futuri possibili e non si limiti a replicare il peggio dei presenti mediatizzati.

maxx.canevacci@gmail.com


La lettera è pubblicata qui sul sito della Facoltà di Scienze della Comunicazione di dell'Università La Sapienza di Roma.

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giovedì 5 giugno 2008

Ho partecipato

Da vicentino che vive a Roma, insieme alla rappresentanza del Comitato No Dal Molin di Vicenza, ho partecipato alla manifestazione di Chiaiano e dei comuni limitrofi (Marano, Mugnano) mobilitati contro la riapertura della discarica dei rifiuti di Cava (“Io speriamo che me la Cava”, recitava speranzoso e serafico uno dei cartelli sulle spalle di un ragazzino del corteo).

Tra i vicentini No Dal Molin, specie tra i più giovani, c’è chi non era mai stato prima a Napoli. Nel passaggio in pulman dalla stazione ferroviaria di Napoli a Chiaiano, stanno incollati ai finestrini a commentare con esclamazioni di sconforto le immagini delle montagne di rifiuti e quelle del termitaio delle Vele di Scampia, già conosciuto qualche sera prima al cinema in Gomorra. E poi tutti si precipitano a fotografare l’improvviso apparire del moncone della superstrada interrotta davanti a un imprevisto e inamovibile edificio. Uno dei risultati della partecipazione alle battaglie di questa rete solidale di comitati a difesa dei valori della salute, della pace, della democrazia dal basso, della tutela dei beni comuni e dell’integrità del territorio, è l'occasione di conoscenza diretta di realtà significative del Paese.

Sì, alla manifestazione c’erano pure Luca Casarin e Oreste Scalzone e i giovanotti dei Centri sociali, e la rappresentanza dei piemontesi No Tav (io avrei apprezzato anche quella dei No Ponte - che unirà le due “cosche”, come beffardamente afferma Nichi Vendola -, e dei No Scaiola Nuke, e dei No Suv: ma dalla vita non si può avere sempre tutto). Sì, c’erano lo striscione di Legambiente e del WWF, e quello dei Cub e dei Cobas, e perfino un drappello minuscolo e battagliero sotto lo striscione Amici di Beppe Grillo. C’era il deparlamentarizzato Rizzo ad assistere alla sfilata dal marciapiede come una cocotte che si vuole ancora politicamente seduttiva – e c’era Tano D’Amico, grande fotografo imperituro, e il giornalista Ruoppolo a succhiare golosamente immagini e interviste per Anno Zero. Ma quel che conta, al di là di ogni attesa e aspettativa, era la presenza di tutta la popolazione protagonista in corteo a gridare slogan al cianuro equamente divisi tra Berlusconi e Bassolino, a spellarsi le mani sulle porte delle case e sui balconi, a ridere e a cantare da riempire i timpani e allargare il cuore.

E’ stata una grande festa di popolo: il sole picchiava, la bocca era arsa per le grida e la testa un poco girava, ma la gioia e la soddisfazione erano così forti tra le migliaia di persone in corteo e quelle che assistevano ai lati, che sicuramente l’eco sarà arrivata anche ai pazienti dei cinque ospedali che operano nel raggio di un paio di km dalla Cava. (A proposito: sapete a chi appartiene il territorio su cui si apre il sito prescelto da Bertolaso/Berlusconi come discarica? Alla Curia napoletana del cardinale Sepe! Che dall’affitto ricaverà un bel fiume di denaro… . Quando si dice le curiose coincidenze!)

Quindi è andata bene al di là di ogni rosea previsione, e senza le temute esasperazioni, violenze e tensioni. Molti i giovani presenti, le donne, le famiglie con bambini, i motorini che si infilano e saettano dappertutto come rombanti libellule. Lo slogan più gridato e ripetuto lungo l’intero corteo? “La monnezza non va bruciata. Sì alla raccolta differenziata.” E poi altri di fantasia un po’ più aggressiva che qui non è il caso di riportare. Berlusconi non si direbbe amato, ma Bassolino e la Iervolino sono bersaglio vituperato. Quello che la gente a Berlusconi non perdona è l’improvvisa e inaspettata dichiarazione di procedere nell’attivare la discarica di Cava anche con la forza militare, quando ancora Bertolaso non ha ultimato il compito di accertarne l’idoneità. Il che è stato come lanciare un secchio di benzina su un tappeto di tizzoni ardenti.. Ha voluto essere una provocazione frutto di spontanea arroganza, o è voce scaturita da una congenita insipienza?

L’appello con cui il Comitato degli organizzatori ha convocato la manifestazione è di ben altro spessore. “Le lotte ambientali che hanno infiammato tante realtà della Campania non nascono, come racconta la disinformazione mainstream, dagli “egoismi del popolo del no”. Queste insorgenze sono la risposta a un esproprio di democrazia ultradecennale che, come avvenne per la lunga stagione affaristica del Commissariamento post-terremoto, ha consegnato i nostri territori alla speculazione economica e finanziaria, alle ecomafie e agli interessi più indecenti delle burocrazie politiche. Le strategie della shock-economy campana hanno fatto della categoria dell’emergenza un dispositivo di comando e di profitto con cui ricattare continuamente le libertà collettive, censurare il dissenso e le alternative possibili verso una indispensabile strategia Rifiuti Zero che protegga l’ambiente e la salute collettiva, aprendo anche nuove opportunità lavorative.”
E ancora: “Le istituzioni e quell’ampio ceto politico che oggi strumentalizzano retoricamente il bene collettivo, hanno lavorato per 14 anni alla frantumazione di questo concetto e alla contrapposizione tra le comunità, oscurando l’esistenza di alternative concrete incentrate sul porta a porta, il riciclo, la riduzione degli imballaggi, il compostaggio e gli impianti a freddo.”
E infine: “Il decreto-rifiuti del governo Berlusconi è la consacrazione di questo processo e impone l’apertura di dieci discariche e quattro inceneritori che devasterebbero ampie aree della Regione. Questo è un modello di profitto sempre più aggressivo verso gli uomini e la natura, che ritiene di sopravvivere alla crisi distruggendo il territorio. Le lotte contro le mega discariche e l’incenerimento hanno invece costituito luoghi di condivisione, spesso autentici “consigli dell’autogoverno”, magari anche confusi e transitori, ma capaci di fare rete tra le popolazioni e ritessere dal basso nuovi modelli di bene comune.”

Insomma, la popolazione di Chiaiano e dei Comuni limitrofi sa di avere ragione e di combattere una battaglia non egoista o meramente localista. La Cava di Chiaiano è bosco ecratere – già in passato ricettacolo di rifiuti a valanga – intorno al quale sorgono quartieri popolari e ben cinque tra gli ospedali più importanti del napoletano e dell’intera regione. Consentire il ripristino della funzione di discarica significa accettare, per le generazioni di quel territorio, un futuro di sicuro pericolo. Questo non può essere deciso dall’alto, in questo modo arrogante e contraddittorio, schiacciando il dissenso con la forza militare. Se in Italia passa un’operazione siffatta, nei prossimi anni può passare, in dispetto e a prescindere dai principi di democrazia, autoritariamente di tutto. E infatti, nel manifesto politico del Comitato di Chiaiano e delle Reti campane contro la devastazione ambientale, si afferma:
“ Siamo in presenza della sperimentazione, con un consenso praticamente bipartisan, di un modello di relazioni sociali sempre più militarizzato, un autentico salto di qualità nei modelli di governance del territorio: c’è una produzione di norme penali “just in time” per colpire figure sociali del dissenso, che affianca anche simbolicamente la decisione del governo e respinge chi si oppone all’area della criminalità e dei “comportamenti antinazionali”. Lo “stato d’eccezione” diviene quindi categoria fondamentale per sostenere la qualità della decisione, rivelando in controluce la sua stessa debolezza, la sua delegittimazione sociale. La generalizzazione del collaudato meccanismo della “fabbrica della paura” con cui si ghettizzano interi gruppi sociali, come i migranti e i rom, si sta allargando a intimidire ogni forma di conflitto sociale.”

C’è anche chi – giudiziosamente, assennatamente – osserva che l’autorità dello Stato non può fermarsi sulle soglie del singolo giardino di chi si sente nell’occasione minacciato. Ma c’è oggi qualcuno disposto a ospitare nel suo giardino il percolato o le scorie nucleari, il ponte megagalattico o il raddoppio di una base militare straniera, o i trafori dell’alta velocità nel territorio di un Piemonte già sufficientemente devastato, gestiti dall’asse Berlusconi-Bassolino?

A chi fa spallucce, e commenta: questo è il dato di realtà, prendere o lasciare, viene da rispondere con Giorgio Ruffolo che su La Repubblica di qualche giorno fa afferma: “oggi domina un modello di produzione irresponsabile, uno stile di consumo semplicemente immorale”. Allora: accettazione fatalistica, o paziente e radicale messa in discussione del “disordine esistente”?

Bassolino, in particolare, più che per accettazione fatalistica dell’esistente si segnala per gli encomi nei confronti della politica muscolare inaugurata dal governo Berlusconi: quale miglior conferma che il “rinascimento napoletano” si è oggi trasformato in sistema di potere industrial-malavitoso? Si intende così, intruppandosi in un ruolo di subalternità, oscurare una stagione di compromesso e inettitudine?

Intanto, a controcanto inquietante, arriva la notizia che la camorra dei casalesi ha ammazzato l’imprenditore che aveva deciso di collaborare con la magistratura nell’indagine sull’industria dello smaltimento illegale in Campania dei rifiuti tossici della industrie del nord. Lo Stato starà pure celermente militarizzando la governance del territorio, o celebrando ai Fori Imperiali, con parate patriottarde, il 2 giugno: ma dove è quando si tratta si proteggere chi si pente e collabora alla caccia dei malavitosi?

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venerdì 30 maggio 2008

8 giugno mobilitazione per i diritti dei rom

[di Massimo Iacobelli]

Nelle ultime settimane, si è scatenata una vera e propria caccia allo “zingaro” con un numero crescente di episodi di violenza a danno di uomini, donne e bambini rom.
Un pericoloso silenzio si è creato intorno questi episodi e pochissimi esponenti della cultura e della politica si sono pronunciati su queste incresciose circostanze.
Per questo motivo Thèm Romanó Onlus ha organizzato domenica 8 giugno a Roma una mobilitazione in favore del rispetto dei diritti del popolo rom e sinto. Una protesta civile contro il razzismo e per il rispetto delle convenzioni internazionali dei diritti dei popoli.
Per aderire all’iniziativa e per conoscere orari e percorso della manifestazione: associazionethemromano.

Alex Santino Spinelli, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Thèm Romanò Onlus, elenca alcuni punti per migliorare la situazione dei Rom in Italia e per combattere l’ondata di razzismo che si è abbattuta sul nostro paese. Eccone alcuni:

Sicurezza e la legalità vanno garantite per tutti, rom e sinti compresi. In contrasto con gli articoli della Costituzione Italiana, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con le normative europee ed internazionali, il popolo rom in Italia è costretto a vivere in condizioni disumane.

Oggi un una popolazione intera viene criminalizzata ma a sbagliare sono le singole persone e sono loro che vanno punite, non la nazione o il popolo di appartenenza. Impegnamoci per favorire l’integrazione di coloro che dimostrano una chiara volontà di partecipazione sociale evitando di porre sullo stesso piano chi merita e chi delinque.

E’ necessario smantellare i campi nomadi, vere e proprie pattumiere, luoghi degradati, centri di segregazione razziale permanente ed emblema della discriminazione.

Rom e sinti non sono nomadi per cultura. Chi oggi vive nei campi nomadi, ieri aveva una casa in Romania o nell’ex-Jugoslavia. La mobilità è sempre coatta e non è mai una scelta. Nel nostro Paese il 70% della popolazione romanì ha cittadinanza italiana e vive in delle case (l’arrivo dei romanì risale al XV secolo).

Bisogna facilitare l’accesso alle case popolari oppure sviluppare insediamenti urbanistici non ghettizzanti. E’ necessario favorire il più possibile la scolarizzazione, l’accesso all’assistenza sanitaria e l’entrata nel mondo del lavoro delle famiglie di rom e sinti più disagiate.

Promuovendo la conoscenza della storia, della cultura, dell’arte e della lingua dei rom e sinti si possono combattere gli stereotipi negativi e favorire l’integrazione. Oggi i rom sono al centro dell’attenzione mediatica esclusivamente per i fatti di cronaca che coinvolgono alcuni di loro, mentre non viene riservato spazio per gli eventi culturali che pur si organizzano sull’intero territorio nazionale (Festivals, concerti, mostre, esposizioni, convegni, rassegne cinematografiche, concorsi letterari, etc). Tutto questo genera un’immagine sbagliata di un’intera popolazione.

Dobbiamo prendere atto del palese fallimento delle forme di assistenzialismo che le associazioni di volontariato hanno portato avanti fino a questo momento. Ogni anno si sperperano centinaia di migliaia di euro per progetti di scarso o di nessun valore.

Si pone l’urgenza di creare in Italia una consulta composta da intellettuali Rom e Sinti che abbiano una esperienza internazionale sulla realtà delle comunità romanès che possa favorire la mediazione nella risoluzione dei problemi sociali e politici.

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Meltemi Editore 2009