venerdì 30 maggio 2008

8 giugno mobilitazione per i diritti dei rom

[di Massimo Iacobelli]

Nelle ultime settimane, si è scatenata una vera e propria caccia allo “zingaro” con un numero crescente di episodi di violenza a danno di uomini, donne e bambini rom.
Un pericoloso silenzio si è creato intorno questi episodi e pochissimi esponenti della cultura e della politica si sono pronunciati su queste incresciose circostanze.
Per questo motivo Thèm Romanó Onlus ha organizzato domenica 8 giugno a Roma una mobilitazione in favore del rispetto dei diritti del popolo rom e sinto. Una protesta civile contro il razzismo e per il rispetto delle convenzioni internazionali dei diritti dei popoli.
Per aderire all’iniziativa e per conoscere orari e percorso della manifestazione: associazionethemromano.

Alex Santino Spinelli, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Thèm Romanò Onlus, elenca alcuni punti per migliorare la situazione dei Rom in Italia e per combattere l’ondata di razzismo che si è abbattuta sul nostro paese. Eccone alcuni:

Sicurezza e la legalità vanno garantite per tutti, rom e sinti compresi. In contrasto con gli articoli della Costituzione Italiana, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e con le normative europee ed internazionali, il popolo rom in Italia è costretto a vivere in condizioni disumane.

Oggi un una popolazione intera viene criminalizzata ma a sbagliare sono le singole persone e sono loro che vanno punite, non la nazione o il popolo di appartenenza. Impegnamoci per favorire l’integrazione di coloro che dimostrano una chiara volontà di partecipazione sociale evitando di porre sullo stesso piano chi merita e chi delinque.

E’ necessario smantellare i campi nomadi, vere e proprie pattumiere, luoghi degradati, centri di segregazione razziale permanente ed emblema della discriminazione.

Rom e sinti non sono nomadi per cultura. Chi oggi vive nei campi nomadi, ieri aveva una casa in Romania o nell’ex-Jugoslavia. La mobilità è sempre coatta e non è mai una scelta. Nel nostro Paese il 70% della popolazione romanì ha cittadinanza italiana e vive in delle case (l’arrivo dei romanì risale al XV secolo).

Bisogna facilitare l’accesso alle case popolari oppure sviluppare insediamenti urbanistici non ghettizzanti. E’ necessario favorire il più possibile la scolarizzazione, l’accesso all’assistenza sanitaria e l’entrata nel mondo del lavoro delle famiglie di rom e sinti più disagiate.

Promuovendo la conoscenza della storia, della cultura, dell’arte e della lingua dei rom e sinti si possono combattere gli stereotipi negativi e favorire l’integrazione. Oggi i rom sono al centro dell’attenzione mediatica esclusivamente per i fatti di cronaca che coinvolgono alcuni di loro, mentre non viene riservato spazio per gli eventi culturali che pur si organizzano sull’intero territorio nazionale (Festivals, concerti, mostre, esposizioni, convegni, rassegne cinematografiche, concorsi letterari, etc). Tutto questo genera un’immagine sbagliata di un’intera popolazione.

Dobbiamo prendere atto del palese fallimento delle forme di assistenzialismo che le associazioni di volontariato hanno portato avanti fino a questo momento. Ogni anno si sperperano centinaia di migliaia di euro per progetti di scarso o di nessun valore.

Si pone l’urgenza di creare in Italia una consulta composta da intellettuali Rom e Sinti che abbiano una esperienza internazionale sulla realtà delle comunità romanès che possa favorire la mediazione nella risoluzione dei problemi sociali e politici.

1 commenti:

Annamaria Rivera

Siamo persone – storici, giuristi, antropologi, sociologi, filosofi, operatori culturali– che da tempo si occupano di razzismo. Il nostro vissuto, i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa. Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni – le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni, i roghi degenerati in veri e propri pogrom – e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza. Avvertiamo il pericolo che possa accadere qualcosa di terribile: qualcosa di nuovo ma non di inedito.


La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell’Europa, essa è stata, tra Otto e Novecento, un corollario della modernizzazione del Paese. Negli ultimi decenni è stata alimentata dagli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare dall’incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali. Con ogni probabilità, nel corso di questi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni. Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista. Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di interdizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa.

Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabilitare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presunte. Ma qualora nell’immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto», allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili.


Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell’informazione. Non ci interessa in questa sede la polemica politica. Il pericolo ci appare troppo grave, tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convivenza civile, come già accadde nel secolo scorso – e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista. Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che quell’atroce passato tornasse.

Meltemi Editore 2009