A volte succede

A volte succede.

A volte succede – purtroppo sempre più di rado – che la lettura di un romanzo coinvolga e catturi a tal punto che interromperla per qualche non rinviabile incombenza suona quasi iattura. E’ la prima osservazione che mi viene a proposito de La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Questo almeno è successo a me, e mi proverò a spiegare il perché.

Intanto, e innanzitutto, perché le vicende raccontate riguardano stagioni della vita – infanzia, adolescenza, prima giovinezza dentro la famiglia, la scuola e i gruppi di amicizia - che costituiscono esperienza universale. Il libro appartiene infatti al novero dei romanzi di formazione, perché mette in scena cosa succede a un individuo che, senza averlo chiesto né essere stato preventivamente consultato, approda a quel nucleo famigliare, in quel particolare contesto sociale; come reagisce e interagisce – si adatta e/o si oppone - con gli individui, i ruoli, le attese; come affronta e supera, o meno, i gradini – a volte molto impegnativi - di un percorso e di un destino già in larga misura definiti.

Obblighi e responsabilità, regole tacite o esplicite, avversioni e complicità, amicizie e inimicizie, solitudini e inadeguatezze, esclusioni e crudeltà, senso di appartenenza o di irriducibile estraneità, tutto costituisce trama e tessitura di un percorso da tutti sperimentato, fatto di impennate ripide e curve tortuose, improvvise e riposanti discese, di ostacoli e piazzole di sosta - fino a quella finale e definitiva.

Questo non costituisce in letteratura particolare novità: cimento, piuttosto, per ogni romanziere che si rispetti. In che cosa Giordano, alla sua opera prima e all’età di 26 anni, esce benissimo dalla prova? Nel fatto che si coglie fin dalle prime pagine che la sua voce, la sua scrittura, sono animate da una autenticità vera. Le vicende e le vite dei protagonisti sprigionano un carattere di necessità che si percepisce forte innanzitutto nell’autore stesso: prerequisito, questo, perché esse possano suonare vive e persuasive per chi legge, e non frutto di artificio studiato a tavolino. Pur non raccontando di sé in prima persona, si sente che l’autore è pienamente partecipe e coinvolto nei fatti che racconta, essendo però anche capace di porre tra sé e la materia incandescente, in qualche modo sicuramente sperimentata, il distacco che gli consente di dominarla fino a farle raggiungere la forma necessaria.

Lo stato di grazia cui attinge il racconto si trasmette alchemicamente a noi che leggiamo, consentendoci di cogliere il dato di verità delle figure protagoniste, di riconoscerci nella peculiarità unica e irripetibile delle loro storie.

Il 26enne Paolo Giordano ha capito, e nel libro perfettamente reso, che vivere è fare i conti con l’ambivalenza irriducibile dei sentimenti, con l’enigmaticità di incontri a volte felici, più spesso infelici, che attenuano una condizione di solitudine costitutiva, o la sigillano definitivamente.

Un’altra delle componenti che l’autore mette in luce è la casualità che determina gran parte dei nostri percorsi. Meglio ancora: quanto sia confuso e sottile il confine, e instabile l’equilibrio, nel gioco dell’incontro e scontro tra volontà soggettive. E quanto basti a volte un sospiro inavvertitamente emesso, un sorriso mancato, uno sguardo non controllato, una parola di troppo - o proprio quella necessaria scioccamente omessa - a determinare conseguenze irreparabili.

Noi – suggerisce “La solitudine dei numeri primi” - siamo in balia di pulsioni e forze che scarsamente conosciamo, comunque non controlliamo, o ci illudiamo di riuscire a dominare. Ci culliamo nell’illusione che bastino le belle intenzioni, i buoni consigli, i piccoli rituali rassicuranti per uscirne indenni. Ci troviamo, inaspettatamente e all’improvviso, ad affrontare drammi determinati da una catena di interazioni che viltà e debolezza, impreparazione, superficialità e impotenza il più delle volte ci impediscono di capire e affrontare in tempo.

Il libro di Giordano non è, beninteso, a tesi, non pretende di dimostrare o per forza convincere. È un libro non ribollente di effettacci e luci o gridato, è anzi soffuso di un pathos malinconico e discreto – e per questo particolarmente efficace. La luce spiovente e laterale che lo illumina è quella della comprensione e compassione per le vite e le storie che mette in scena. E’ anche duro e crudele, nel senso che non è furbescamente consolatorio, non finge né abbellisce per fare meno pensare e soffrire. Guardate che la vita è questa qui, dicono le pagine del racconto. E’ una fiaba che improvvisamente si spezza e vi può anche spezzare, un sogno che può all’improvviso tramutarsi in un incubo.

Nella vita delle buone famiglie e della migliore società drammi e tragedie arrivano di soppiatto, quasi imprevisti e a seguito di scelte e comportamenti animati dalle migliori intenzioni. Ed è dura, specialmente per bambini e ragazzini, riuscire a raccapezzarsi e sopravvivere con il cumulo di disamore e rancore pregresso in cui si imbattono. E là dove per fortuna e in qualche modo ce la fanno, lo strascico di traumi, fratture e ferite è terribile e doloroso.

Nel libro, Paolo Giordano ha infuso - facendone partecipe in qualche misura, quasi per magia e incantesimo, il lettore - la sua capacità di sguardo profondo, dandoci così in regalo i benefici di cui può essere capace il miracolo della scrittura. Che questo venga dall’opera prima di un autore così giovane aggiunge ammirazione e fiducia per quello di cui si sa dimostrarsi capace la vita.

Questo è un libro che a me ha fatto ricordare la capacità di empatia e l’afflato creaturale della Morante, il teatro della crudeltà di Artaud, la cronaca intensa, esatta e desolata delle prime esperienze omosessuali clandestine di Edmund White, lo stupore nel raccontare il mondo, colto così com’ è, dallo sguardo crudele e divertito del giovane Holden.

Questo è un libro che non ha padrini né mallevadori e, nato da sé e impostosi in virtù della sua sola forza, non deve nulla ad alcuna congrega o scuola. Per questo nelle accademie e nelle piccole cricche letterarie il suo successo sta suscitando inquietudine e allarme come succede ai pipistrelli in una grotta invasa da una accecante luce improvvisa.

lars e una ragazza tutta sua

Lars e una ragazza tutta sua

Finito di vedere il film, viene da chiedersi: come è possibile che una comunità fatta da persone così brave e buone, così gentili e compassionevoli, così generose e altruiste, generi un asociale fragile, complessato e psichicamente ustionato come il protagonista del film? I peggiori dispetti che i componenti della comunità rappresentata arrivano a farsi sono a livello di orsacchiotti di peluche o soldatini da collezione che i colleghi in ufficio si fanno reciprocamente sparire - restituendoli e chiedendo scusa subito dopo. E tutti loro – a parte qualche mugugno iniziale – accettano il gioco che la bambola di gomma a grandezza naturale sia la reale ragazza di Lars, al punto da affezionarsi e piangere a calde lacrime quando quella – sempre nella fantasia di Lars - sta male, muore, ne viene celebrato il funerale. Tutte vicende e situazioni evidentemente al limite – e oltre! – dell’inverosimile. Qualsiasi altra famiglia e comunità avrebbero molto rapidamente provvisto all’internamento dell’interessato – o a farsi matte risate (invidiose?) sul modo escogitato per provvedere ad un altrimenti problematico appagamento erotico.
Ma tutti – a partire dalla straordinariamente brava psicologa, da augurare a chiunque avesse bisogno di quel tipo di sostegno – si rendono (quasi) subito conto della serietà del gioco in atto, tutti si adeguano e corrispondono, da indurre a pensare alla seconda parte del film “La vita è meravigliosa” di Frank Capra. Ma appunto, nel nostro film manca la prima necessaria parte. Si parla, a spiegazione dei problemi di Lars, della mamma morta di parto alla sua nascita, del papà caduto in depressione, del fratello maggiore scappato per la frustrazione a gambe levate. Ma per come paradisiacamente ora si comportano fratello e moglie e l’intera comunità nel film, perché il film fosse credibile ci sarebbe stato bisogno del dramma del conflitto, di terribili cattivi all’opera. Di ciò nel film non c’è traccia. La comunità messa in scena è una comunità di angeli felici che solo angeli felici può generare. E’ un caso che la recensione del film apparsa su Il Foglio di Ferrara chiuda i suoi sperticati elogi dichiarando che quella comunità raccolta la domenica in chiesa attorno al suo pastore fa venire voglia di andarci ad abitare e a vivere? Ma sarà poi quella realtà rappresentativa della profonda provincia americana? Che Gus Van Sant e Michael Moore si siano inventati Columbine di sana pianta? Il messaggio del film – per salvare un membro in difficoltà tutti devono fare la loro parte, la pecorella smarrita merita l’impegno totale del buon pastore, ecc. – è interessante e condivisibile, non c’è dubbio. Ma così come è proposto rimane a livello di fiaba: benissimo girata e prodigiosamente interpretata, ma sempre fiaba.
La comunità reale con cui oggi dobbiamo fare i conti è purtroppo quella del bottegaio, del farmacista, del padroncino leghista che predicano fucili – per carità, del tutto simbolici! –, pulizia contro gli zingari e ronde armate. Per poi – oplà! - trovarci in presenza di ragazzotti naziskin che si inventano il pretesto della sigaretta negata per scaricare sul primo che capita la violenza della quale - prima, dalla loro stessa comunità - sono stati caricati a molla.
L’americano Lars e una ragazza tutta sua, o i ragazzi veronesi e una vittima predestinata tutta per loro?

Dove

Dove

Questo di Andrea Di Consoli (La curva della notte – Rizzoli 2008) è un libro funereo, viscerale e disperato.
Dove il protagonista, al volante della sua macchina, viene colpito da un infarto raccontato in dodici stazioni che attraversano e cuciono insieme la storia di una vita.
Dove le donne sono corpi agognati e disprezzati, da spogliare, aprire e riempire come sotto frenesia predatoria generata da horror vacui.
Dove gli esseri umani sono famigliarmente chiamati cani.
Dove per avvalorare la tesi che nella realtà odierna si ha a che fare con “cani senza ragione”, si ricorre al conforto – in exergo – di un frammento degli antichissimi Oracoli caldaici.
Dove l’amico di infanzia viene scoperto a letto con la madre mentre - lei famelica e consenziente - la umilia e schiavizza.
Dove la domanda con cui vent’anni dopo tormentare l’amico scoperto a letto con la madre è: ma lei, te l’ha preso in bocca?
Dove la giovane moglie dell’amico d’infanzia, quello scoperto a letto con la madre e indotto a un incidente d’auto che è in realtà un neanche tanto camuffato omicidio, è trofeo da portare immediatamente a letto.
Dove un amico più recente, giovane e bello, è buono soltanto come trastullo erotico, silente come statua dagli occhi senza iridi.
Dove corpi e ricordi delle persone care (madre, padre, mogli, amici) servono come materiali per la composizione violenta di intrecci incestuosi.
Dove i figli sono ingombri rifiutati e quindi, a loro volta, intossicati da rancori.
Dove gravita sospesa una atmosfera plumbea, da “quanto era bello l’antico sogno, e quanto è tutto inesorabilmente andato a male.”
Dove il protagonista non fa che bere e fumare e bere, in un parossismo autodistruttivo accompagnato da presentimenti di tumore ai polmoni, sbocchi di sangue, gambe paralizzate e altre allucinazioni tetre.
Dove la condizione umana viene rappresentata e descritta – con persuasiva efficacia - come una condizione di sputo, spurgo e stupro.
Dove i materiali di una vecchia fabbrica abbandonata, le luci di una discoteca, i trascorsi rivoluzionari sessantottini e i ricordi di un mesto mestiere da ferroviere (siamo lungo la costa di una più che probabile Calabria), fanno da quinta alla messa in scena di una nerissima tragedia.
Dove il protagonista si chiama Teseo. (Teseo: ma non era colui che, grazie al filo di Arianna, uccideva nel Labirinto il Minotauro e ne usciva salvando con sé i giovinetti destinati a vittime sacrificali?)
Dove anche un mitologico episodio di salvezza si trasforma in mimesi derisoria.
Dove non c’è un briciolo di speranza, la morte la fa da protagonista e la bellezza del mare e delle donne è luce livida che serve a meglio illuminarla.
Dove si sprigiona comunque una sotterranea e tenebrosa forza tellurica che, disturbando, cattura e intriga.
Che altro dire? Forse, che in una società e in una cultura dove la vita viene stupidamente siliconata, e la morte caparbiamente rimossa, anche la magistrale descrizione di una agonia dolorosamente prolungata costringe a guardare negli occhi gli aspetti cruciali di una realtà esplicitamente intera.

le belle vacanze

[di Giancarlo Marchesini]

Al Villaggio Forte, o Forte Village Resort, entrate oltrepassando l’arco che all’ingresso vi dà il benvenuto. Siete a mezz’ora di macchina dall’aeroporto di Cagliari, 39 km dal capoluogo regionale sardo, a metà strada tra Pula e Teulada. Il calendario segna il 25 aprile, giorno che festeggia la Liberazione dell’Italia dal fascismo. Il clima è buono, il sole caldo e l’aria leggera. Siamo di venerdì, così sarà il tempo anche l’indomani e la domenica. Il soggiorno al Villaggio si preannuncia sotto il segno dei migliori auspici.

Sul vialetto che conduce al ricevimento vi attendono in parata una decina di modelli di vetture nuove fiammanti da mandare in sollucchero gli amanti delle macchine sportive di lusso. Eleganti, aerodinamiche, luccicanti di alluminio e odorose di cuoio, esigerebbero a cantarle un D’Annunzio redivivo. Non all’altezza di tanta bellezza, rispettoso mi inchino e frettoloso passo oltre. Vengo poi a sapere che la celebre Casa automobilistica ha concordato con la direzione del Villaggio due mesi di sponsorizzazione degli eventi ospitati. In cambio, chiunque dei partecipanti lo desideri può sperimentare, senza costi né obblighi, l’ebbrezza della guida di così portentose vetture. Quando si dice: aiutiamoci l’un l’altro e gli affari di ciascuno miglioreranno!

Esaurita questa breve e para commerciale nota introduttiva, proviamo ora a descrivere le caratteristiche del luogo che ci ospita. Intanto, e innanzitutto, a balzare agli occhi è una straordinaria natura tropical-mediterranea. Questo non è soltanto albergo e villaggio turistico: questo è un bosco, una foresta, una rigogliosa macchia mediterranea, una esuberante riserva floro-vivaistica, passeggiando dentro la quale, ben inserita e mimetizzata, capita di incontrare una considerevole varietà di eleganti edifici.

Il Villaggio Forte è, quindi e innanzitutto, una cornucopia di alberi e fiori di tutti i tipi. A essere più precisi, all’interno dei 25 ettari su cui il Villaggio di estende vivono oltre 60.000 piante curate da 80 giardinieri. Ci si sente letteralmente dentro un abbraccio di verde profumato. Chi ha costruito le strutture recettive del Villaggio sembra avere accolto, nella realizzazione degli edifici, la sfida posta da una natura eccelsa.

La storia del Villaggio è andata, in necessaria sintesi, così. Nato all’inizio degli anni Settanta grazie a un gruppo di imprenditori sardi (Saia, società del gruppo Bastogi), e rilevato da Charles Forte, italiano emigrato a Londra dalla Ciociaria, per cominciare furono costruiti i primi due piani degli attuale quattro dell’Hotel Il Castello. Poi, nel volgere degli anni, la mano tenace e amorosa del proprietario, diventato nel frattempo tra i primi al mondo nell’ambito del turismo alberghiero di lusso, ha sviluppato l’insediamento iniziale aggiungendo pezzi e parti, villaggi e borghi, fino alla dimensione attuale. Se vi serve qualche essenziale cifra, dentro la cinta dei 25 ettari il Villaggio oggi si compone di sette alberghi a 4 e 5 stelle; 700 camere e 20 suites; 14 bar e 21 ristoranti; 11campi da tennis e uno di golf, 10 piscine, un campo di calcio regolamentare, una palestra super attrezzata, un centro di talassoterapia con 6 vasche di acqua di mare a diversa temperatura. E’ anche disponibile un centro Congressi fornito di 18 sale di tutte le capienze e dimensioni.

A completare il quadro, serve qualche altra cifre. La recettività massima nei periodi di alta stagione (luglio e agosto) è di 1.800 persone per complessivi 250.000 clienti l’anno. I prezzi variano dalla mezza pensione in bassa stagione a 400 euro, fino agli 800/1200 in alta stagione. A persona. Ma una suite costa tra i 10.000 e i 15.000 euro a settimana. E la suite di lusso, o Royal Suite (quella dove hanno alloggiato star del calcio come David Beckam e Ronaldo) costa 7000 euro a notte. (Ohibò, trattasi di ben 180 metri quadri calpestabili circondati da terrazze con annessa piscina privata!).

Ma torniamo un istante a Charles Forte, originario della Ciociaria e fatto Lord dalla regina d’Inghilterra per meriti speciali. La proprietà del Villaggio gli è stata a un certo punto sottratta dalla scalata di un Fondo di investimento internazionale, Granada, ed è poi ripetutamente passata di mano in mano fino a che, l’anno scorso, è tornata in quelle italiane della Fimit di Capitalia e data in gestione al gruppo Marcegaglia, famiglia di Emma attuale presidente di Confindustria. Il caso vuole che proprio l’anno scorso Charles Forte se ne sia andato alla bella età di 98 anni. Quando si dice che un ciclo attinge al suo compimento…

Il valore attuale del Villaggio? Si parla di 300 milioni di euro. A farlo funzionare sono impegnati, nei periodi di alta stagione, 900 addetti ai compiti più vari: dal ricevimento all’amministrazione, dall’approvvigionamento alla preparazione dei cibi in cucina alla loro imbandigione a tavola, dalle pulizie al mantenimento in perfetta efficienza di tutte le parti di questa oasi naturale, di questo giardino mediterraneo tropicale, di questa macchina poderosa, eppure discreta e leggera, al servizio del benessere di chi sceglie di affidarsi alle sue cure.

A coordinare, sorvegliare e sovrintendere il tutto, da oltre 14 anni c’è Lorenzo Giannuzzi, il direttore generale insignito due anni fa di laurea honoris causa dall’Accademia del turismo internazionale russo. Ma, se è per questo, è il nono anno che al Villaggio Forte è assegnato il primo premio tra i migliori alberghi al mondo. Per connotare meglio la qualità del direttore è il caso di ricordare la sua scelta di premiare ogni anno il libro di uno scrittore: con un assegno di 5000 euro e mille copie acquistate e distribuite agli ospiti. Il che, in questi tempi di scarse letture e molte veline e troni televisivi, non è niente male. L’altr’anno è stato premiato il siciliano Pierangelo Buttafuoco, l’anno scorso la sarda Milena Agus.

Passeggiando per viottoli e viali - rigorosamente a piedi o in bicicletta -, curiosando tra impianti sportivi e spazi giochi, perlustrando angoli, anfratti e piazzette o piscine e spiagge attrezzate, ciò che colpisce è l’ordine, la pulizia, il decoro. Senza citare qui situazioni limite quali quella dei rifiuti campani, limitandosi a ricordare la normale trascuratezza e degrado delle nostre città, ciò che al Villaggio si sperimenta è l’esatto contrario. L’immagine della pulizia ed efficienza dell’insieme appaiono perfino maniacali – così come, d’altra parte l’arredo degli interni. Non occorre essere grandi esperti per cogliere fin da subito l’effetto della mano di persone che si direbbero innamorate del proprio lavoro. Tutto si avverte studiato e risolto per mettere l’ospite a proprio agio: spazi abbondanti, colori benissimo scelti, arredo funzionale e di ottimo gusto. Qui non c’è segno di avarizia o pacchianeria, di sfarzo inutile o di taccagneria. Il buon vivere, il buon abitare, il ben essere si rincorrono e si rinforzano a vicenda. Gli addetti ai vari compiti che si incontrano durante la giornata sono abbigliati in modo appropriato, vi salutano e sorridono senza interrompere quello che stanno facendo. Il messaggio che trasmettono è che il loro fare gli sta bene: il che, per trovarsi in un luogo dove chi lavora è al servizio di gente benestante, qui per riposare e divertirsi, suona un po’ miracoloso.

Voi dite che la mia descrizione può suonare viziata da un eccesso di entusiasmo? Dipende dal tipo di esperienza che questo luogo in tre giorni mi ha consentito. Voi girate per un reticolo di viali e vialetti - in bicicletta, il che è già di per sé piacevole -, in mezzo alla cornucopia di verde cui accennavo. All’improvviso sbucate in uno slargo allietato da un laghetto su cui si pavoneggia un gruppo di fenicotteri rosa. Ti osservano silenziosi con l’occhio un po’ sornione di chi nella vita ha visto ben altro. E tu, allontanandoti in bici, non puoi non portarti appresso un’ombra di inquietudine. Chi è lì provvisorio ed effimero, chi invece il solido e naturale protagonista?

Volete la prova dello stato di qualità e salute di cui gode il Villaggio? Osservate come al suo interno si muovono, cosa esprimono gli ospiti bambini. Vengono dal chiuso di case cittadine, dal traffico caotico e rumoroso, dalla puzza dell’inquinamento. Qui scorazzano liberi tra campi sportivi e campi giochi, piscine a loro misura e spiagge sabbiose e pulite. Non ci sono auto in circolazione, gli addetti ai vari servizi si muovono su piccole automobili elettriche silenziose e relativamente lente, il massimo del pericolo può venire da chi fa jogging o si muove in bicicletta. I bambini stanno raggruppati per loro conto, tranquilli ed eccitati per gli spazi liberi, appagati e rilassati. Al Villaggio riacquistano velocemente la salute che è loro congeniale. E noi adulti scopriamo quanto i bambini siano di per sé stessi, a loro diversissimo modo, tutti belli, e di quanto lo stile di vita cui sono costretti in città li faccia invece smorti e brutti. A osservarli per un po’, viene voglia di mescolarsi a loro anonimi e disarmati, gli scarponi chiodati lasciati fuori dalla porta, smemorati e persino un po’ più puri. Certo, sarebbe straordinario se tutti i bambini del mondo godessero di condizioni simili. Il poterlo concretamente osservare al Villaggio aiuta a capire quanto invece nella normalità diffusa i bambini ne siano lontani.

E ora è il caso, dopo l’infanzia, di spezzare una lancia anche a favore della prima giovinezza. E’ capitato che nei giorni di ospitalità goduti al Villaggio, ad accudirci durante i pasti sia stato un gruppo di giovani di una scuola alberghiera di Brescia prestati per un mese di stage al Forte. E’ successo che tra di loro – tutti di un livello di efficienza, serietà e professionalità irreprensibili - ce ne fossero alcuni particolarmente dotati in immagine e stile nello svolgimento del servizio. A me è venuto da pensare a certe descrizioni che al proposito si leggono nei romanzi di Thomas Mann e Robert Musil, o in certi film - uno in particolare, La vecchia signora di Ermanno Olmi. E non vi scandalizzate se all’improvviso mi è passata per la testa l’idea che a meritare di essere serviti fossero più loro che alcuni tra i commensali: per evidenti ragioni di eleganza e grazia - per classe, oserei perfino dire. Poi, la sera, sul tardi, nelle vicinanze del bowling dove si è giocato con un gruppo di amici, mi è capitato di scoprire che lì accanto a giocare a pallone su di un campetto ci fossero giusto i ragazzi della scuola alberghiera. Gli irreprensibili e professionali arcangeli del giorno si erano trasformati in satanassi impegnati a picchiare duro sul pallone, ma con una rabbia tale da far intuire cosa significhi, in termini di sacrificio e costrizione, il mestiere di servire a tavola persone molto più fortunate e ricche di te.

Nei miei ripetuti, felici ma anche un po’ infantilmente regressivi vagabondaggi in bici per vialetti e vicoli, a un certo punto ho involontariamente infilato un varco laterale che mi ha fatto irrompere in un cortiletto sul retro di un edificio che sembrava non avere alcuna evidente funzione. Poteva essere un deposito, un dormitorio per il personale, un magazzino. Negli angoli erano ammonticchiati sacchi e scatoloni, ai lati parcheggiate diverse delle piccole auto elettriche che percorrono in continuazione i vialetti del Village come blatte nelle tubature idrauliche o globuli nelle arterie. Nel centro del cortiletto, un gruppo di persone, uomini e donne, bivaccava senza livree né divise, totalmente privi della tensione sollecita e sorridente loro abitualmente propria. Chi ciondolava, chi fumava, nessuno proferiva parola. Nell’aria ristagnava sospeso un senso di sconforto e di abbandono, come l’attesa rassegnata di un inesorabile danno.

Mi sono sentito sottratto al cerchio magico, passato all’improvviso oltre lo specchio. Mi ha preso alla gola una sensazione di allarme come a un bambino cui viene interrotta la melodia prediletta, sottratto il giocattolo. Ho rinculato con la gola arsa, l’imbarazzo in testa di chi ha involontariamente compiuto qualcosa di sconveniente.

Mi sono reimmerso nel flusso abituale, tra immagini di facce felici e verde smagliante d’alberi, avvolto da colori allegri e ondate di profumi intensi. Ma irrefrenabili mi sono arrivate in testa domande a fiotti. Questo Villaggio non è, in buona sostanza, una sia pur splendida quinta teatrale dove viene messa in scena una recita? Non è abile e raffinato gioco di prestigio? Nella sua tensione alla armoniosa perfezione asettica, nel tentativo di creare un piccolo mondo ideale e fittizio, non si vuole in realtà eliminare dallo sguardo la presenza del disordine, evitare l’irrompere di qualsiasi segnale di conflitto, corruzione e degrado?

Questo Villaggio, al di là della dimensione concreta della vacanza bene organizzata, è anche la materializzazione di un mondo fuori del mondo, il sogno di un intatto e incontaminato eden primitivo. Per i ricchi che possono permetterselo è stato creato un angolo di protezione e riparo, un paradiso dove, pagando l’adeguato prezzo, il miele e il latte della felicità scorrono su comando. Là fuori si agitano spettri e fantasmi, scoppiano grida di rabbia e violenza, si tendono agguati ed esplodono bombe. Là fuori scorre il sangue e si muore di fame, sbarcano a frotte derelitti e miserabili, pullulano in transumanza moltitudini di dannati, l’aria è acre del fetore di cadaveri. Qui le tavole dei ristoranti rigurgitano di artisticamente modellate cascate di cibi prelibati, i bagni delle suites sono grandi quanto lo spazio dove in altre parti del mondo dormono intere famiglie. Bisognerebbe che anche i bambini di Gaza, o di qualcuna delle migliaia di favelas del mondo, potessero scoprire e apprezzare le agiate raffinatezze di questo nirvana sontuoso.

A contatto di tante e pregiate delizie, vengono in mente le parole finali del recente libretto di Giorgio Ruffolo, là dove il mondo attuale viene raffigurato come un appartamento composto di due stanze: in una si spreca e nell’altra si crepa.

Le cose vive, le cose vere, hanno alti e bassi, ombre e luci, pieni e vuoti. Le pelli più lisce hanno cicatrici a segnalare contusioni e ferite. A essere messo in scena qui è un livello tra i più avanzati di recita della felicità terrena. Tutto sembra illimitato e illimitatamente regalato, dalla scena è stata meticolosamente espunta l’idea stessa di sforzo, fatica. Qui tutto è dovuto, niente è rifiutato, ogni desiderio è prontamente appagato. Qui non si sentono odori cattivi, gli sguardi sono pieni di buoni sentimenti. E’ una esperienza inebriante di sospensione dei limiti angusti, delle regole strette, degli ostacoli insuperabili.

Poi, alla fine, prima dell’uscita e del ritorno alla realtà, si passa dal varco dove, forniti di carta di credito, si è rigorosamente attesi. Mentre si appone in calce la propria firma, si fa il pieno finale di complimenti e sorrisi. E, saliti sul pulman che porta all’aeroporto, dopo qualche chilometro si attraversa la selva irta di ferraglie, di torri fiammeggianti e di panciute cisterne del deposito carburanti della Saras di Moratti. Tutto è tornato ferruginoso e livido, massiccio e minaccioso.

Usciti dal mondo bucolico e sublime del Villaggio, si è tornati in quello vero dove si agitano intrecciati i simulacri della vita vera, e l’altrettanto reale presentimento di distruzione, inquinamento e morte.

il corpo di zizek

[di Giancarlo Marchesini]

Già il primo contatto con l’immagine di Slavoj Zizek è piuttosto forte. Figura brevilinea e massiccia, barba irsuta, aureola di capelli disordinati e lunghi a incorniciare fronte e tempie, il nostro, in attesa che Giacomo Marramao concluda la sua piuttosto lunga presentazione, gli siede accanto con le maniche rimboccate a rileggere e correggere il testo base della sua lezione. In effetti, con voce didattica e impostata da allenato a lezioni in aula, Marramao la tira così per le lunghe – avrebbe voluto essere lui il relatore ufficiale? – che qualcuno tra il pubblico rumoreggia. Zizek, al suo fianco, espressione severa e penna impugnata a tirare sfreghi sui fogli, attende il turno. E, a ripagare con gli interessi l’esagerato spazio sottratto, appena avuto il microfono così letteralmente se ne esce. “Giacomo, mi hai dedicato un ritratto di profilo così elevato, che ogni tanto mi veniva l’impulso di guardarmi dietro per scoprire se non fosse per caso lì il tuo interlocutore vero. In psicoanalisi noi diciamo che l’elogio troppo sperticato di una persona equivale a un suo neanche tanto nascosto tentativo di castrazione…”. Il che, riconoscerete, è un ben fulminante e rivelatore biglietto da visita.

E poi Zizek è partito alla grande per i suoi tre quarti d’ora di conferenza. Ma prima ancora di commentare qualcuno dei suoi contenuti, credo valga la pena indugiare sulla descrizione dell’uomo e del personaggio. Qualche spunto sul suo aspetto fisico già l’ho dato. Il tono e le sonorità della voce meritano qualche ulteriore cenno. La sua è una voce particolarissima. Intanto Zizek parla in un inglese che si sente risultato dell’attraversamento di una lingua materna diversa (Zizek, filosofo e psicoanalista che ha amato Kant e Hegel, Marx e Heidegger rivisitandoli criticamente attraverso Lacan, è infatti sloveno). Il risultato è un impasto ibrido che tiene dentro durezza e sinuosità, scioltezza fluida e spigolosità aspra, il tutto caricato di una energia che rende le parole di Zizek un flusso di lava che si direbbe sgorgare da profonde scaturigini sulfuree. E queste sonorità vocali sue proprie sono il risultato, o sono comunque in evidente stretta relazione, dei concetti e pensieri di cui quella voce è veicolo, e di una passione veemente e a volte anche provocatoria con cui Zizek li vive e pronuncia.

Zizek non dice ciò che dice - attraverso il ricorso a materiali e linguaggi i più disparati, dal cinema alla letteratura, dalla politica all’aneddoto divertente e alla vera e propria barzelletta - soltanto per comunicare bene con il pubblico. Zizek è dentro le sue parole non solo con la sua strumentazione professionale, ma le sue parole sprofondano e riemergono da tutto se stesso. E porgendole – o scagliandole – trasmette non solo il suo pensiero, ma le emozioni e le passioni che lo abitano.

Zizek fa pensare a un fiume in piena, a una tempesta di energie, a un turbine che porta con sé una quantità molto larga ed eterogenea di spunti, esperienze, manufatti. Si percepisce che è posseduto e incalzato dal suo pensiero, che plasma ma ne è anche plasmato, in una battaglia che viene combattuta al punto da costituire spettacolo ancora prima di avere dipanato e fatto propria l’abbondanza di senso e significati di cui è vettore.

Un cenno particolare meritano i tic con cui Zizek accompagna l’esposizione del suo pensiero. Lo meritano, se non altro, perché così ripetuti ed evidenti da – in omaggio alla libertà critica di cui è propugnatore Zizek stesso - non poterne tacere. Innanzitutto, a cadenze regolari, le mani di Zizek scattano a sistemare l’irsutaggine dei capelli in caduta libera sulle tempie. Il gesto non è affatto funzionale a ciò che dovrebbe: i capelli continuano imperterriti a stare nella loro sparpagliata confusione. Il senso reale dell’operazione a me è piuttosto sembrato quello di un pericolo da Zizek temuto, e cioè che l’eccesso e l’urgenza di quello che dentro gli preme irrompa e lo travolga. Insomma, sistemare ogni poco alle tempie i capelli per lui significa assicurarsi che le pareti della testa siano sempre lì solide, malgrado la forza che da dentro spinge.

L’altro tic da cui Zizek è affetto è quello di portare d’impulso le dita di una mano a sfregare la punta del naso. Ed è gesto così insistito che la punta del naso ne ricava un’ impronta evidente di arrossamento irritato. Non serve essere grandi conoscitori del pensiero freudiano per capire che senso e radice di quel gesto compulsivo sono di natura sessuale. Infatti, la più che probabile chiave di lettura è quella di una corporeità coinvolta a tal punto e così interamente nella parola, da reclamare spazio e cittadinanza. Zizek cioè abita così a fondo il suo pensiero, lo vive così intensamente, da esserne coinvolto anche sessualmente. Dipendesse da lui, nel concorso e nel concerto di parti e funzioni, renderebbe esplicito ciò che profondamente sente e pensa: sesso in erezione incluso.

Queste osservazioni sono così fondate che, a riprova, il pubblico che gremisce la sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, le persone a me vicine e a portata di sguardo, manifestano evidenti gli effetti che l’oratoria di Zizek produce. E’ raro infatti poter osservare espressioni tanto intensamente interessate, sguardi così eccitati, visi così accesi, sorrisi di complicità e risate liberatorie così esplicite. La parola forte, il pensiero esercitato e profondo, una verità proposta come corpo nudo perché sottratto a infingimenti e ipocrisie, liberano in chi ascolta un flusso palpabile di energia. Così come d’altra parte succede per l’ascolto di una sinfonia, per l’immersione in un mare cristallino e puro, per il piacere del sesso goduto con la persona amata.

Il pensiero di Zizek, espresso attraverso il corpo di Zizek medesimo, ha le proprietà di un potente antiossidante, di un acido che scioglie la mente da incrostazioni e ruggini, di un afrodisiaco dell’anima.

Veniamo ora a qualcuno dei contenuti ascoltati.

Noi viviamo in uno stato di contraddizione continua, di doppiezza e di menzogna. Ci raccontiamo di noi, come da tempo ha capito la psicoanalisi, un sacco di belle storie che non corrispondono per nulla alla verità. Noi non siamo quello che diciamo di essere, ma quello che facciamo. Zizek corrobora le sue affermazioni con il racconto di alcune storie. Ecco, ad esempio, lo scienziato Niels Bohr che all’ingresso della casa nuova fa appendere un ferro di cavallo. E agli amici che gli fanno notare stupiti che quella era una superstizione del tutto infondata e indegna di un grande scienziato, risponde: io so bene che è così come dite voi, ma qualcuno mi ha fatto notare che il ferro di cavallo potrebbe portare fortuna a prescindere da ciò che io credo o meno. A quel punto, nel dubbio, mi sono detto: perché non esporlo alla mia porta? Tanto a me non costa nulla…

E Zizek racconta ancora: un uomo era stato internato in un manicomio perché sosteneva di essere un chicco di grano: a rischio quindi, camminando per strada, di essere mangiato da qualche pollo di passaggio. Dopo un lungo trattamento da parte dei medici all’ospedale, l’uomo si era finalmente convinto di non essere più un chicco di grano. I medici, soddisfatti, a quel punto lo dimisero. Ma dopo qualche giorno, l’uomo tornò e chiese di essere riaccolto. I medici stupiti gli chiesero il perché. Perché – l’uomo rispose – io oramai so di non essere più un chicco di grano. Ma al pollo, qualcuno l’ha spiegato?

Il problema – spiega Zizek – non siamo solo noi, ma la nostra percezione, frutto di una lunga memoria ed esperienza storica, di sottostare a una condizione di minaccia permanente: da parte di qualcuno – il pollo della barzelletta – al quale conviene che in quella condizione noi continuiamo a vivere. Ognuno, anche se consapevole di non essere un chicco di grano, sa e sperimenta di avere a che fare con qualche pollo che lo vorrebbe mangiare. E’ la paura a tenerci legati a una serie di comportamenti e scelte, non il nostro reale bisogno e interesse. Senza condizionamento e manipolazione della minaccia e della paura, noi saremmo liberi, o quantomeno nella condizione di chiederci cosa vogliamo fare realmente di noi. Il problema è anche che molti, al solo pensiero di trovarsi a dover affrontare questo passaggio, preferiscono sottostare al pollo che gli garantisce almeno, paradossalmente, un qualche briciolo di certezza ontologica. Televisione e informazione dei media servono esattamente a questa funzione di indottrinamento anestetico, che rende alla fine tutti più docili, incapaci di mettere in discussione lo stato di cose esistente.

Zizek ha a lungo parlato di feticismo e censura, di tolleranza ipocrita che è il contrario di una vera libertà. E anche qui ha esposto il suo pensiero attraverso alcuni esempi. La sessualità, ad esempio, e di come essa è oggi terreno di discorsi e pratiche tra di loro opposte e contraddittorie. In fatto di sessualità oggi tutto è, apparentemente, lecito: orge, scambio di coppie, ricerca di piaceri e prestazioni stimolate da mille additivi. Tutto si può fare con tutti: gay, trans, travestiti, ecc. A una condizione: che si continui a fingere che il bambino è un essere asessuato. La sessualità del bambino è l’ultimo grande tabù in un mondo tollerante, spregiudicato, apparentemente liberato. Del pensiero di Freud è stato accolto e accettato tutto, meno il suo discorso sul fatto che il bambino è così sessuato da esserlo a 360° gradi, in forma perversa e polimorfa. Il 68 si era in qualche modo reso conto del problema, tanto che Cohn Bendit, che aveva fatto a Berlino esperienza di insegnante in una scuola materna, aveva dato conto del tipo di situazioni che si creano tra adulti e bambini in una situazione in cui viene lasciato spazio alla libera e spontanea manifestazione degli stimoli, dei bisogni e del linguaggio proprio della sfera sessuale. Non è curioso – annota Zizek - che sia stata la figlia di Ulrike Meinhof, fondatrice dell’omonima formazione delle brigate rosse tedesche, a denunciare oggi di apologia e istigazione alla pedofilia Cohn Bendit? Non è come se la figlia volesse dissociarsi e prendere le distanze, punire in modo traslato i suoi genitori, e riscattarsi in questo modo, agli occhi del mondo antisessantottino, del cognome che porta?

Anche sul tema della tolleranza razziale Zizek ha un punto di vista particolare e controcorrente. Martin Luther King non combatteva perché i bianchi “tollerassero” i neri. Ne reclamava la sostanziale uguaglianza. Le donne, d’altronde, non combattono per essere “tollerate” dall’uomo. Reclamano pari dignità, diritti, uguaglianza. La tolleranza è quindi un imbroglio e un inganno paternalistico di chi non vuole che le cose cambino, perché perderebbe i suoi privilegi.

Zizek affronta allo stesso modo anche i temi e le posizioni della multiculturalità. Noi non siamo omologhi e intercambiabili. Noi siamo uguali ma anche diversi e irriducibili uno all’altro. Bisogna schierarsi per la verità, che non è e non coincide con la tolleranza razziale e il rispetto della diversità e della multiculturalità. Per i musulmani deve valere il principio della libertà del loro culto e di costruire le loro moschee. Ma devono anche accettare che in quelle moschee possa liberamente entrare chiunque, per esprimere il suo pensiero anche critico e in dissenso, senza temere per queste, sentenze, condanne, fatwa. Bisogna battersi perché la Turchia entri nell’Unione europea, ma a condizione che accetti che, così come a Berlino e a Parigi oggi c’è un sindaco omosessuale, anche a Istanbul e a Ankara sia consentito a un omosessuale di diventare sindaco. Così come il Papa e il Vaticano devono accettare che un omosessuale possa diventare sindaco di Roma.

Zizek si è infine dichiarato fermamente comunista e anticapitalista, ma non nel loro senso storico e ideologico risaputo. Le forme storiche del comunismo realizzato non sono state altro che capitalismo di stato al servizio di una nomenclatura di privilegiati. Per Zizek oggi è necessario dichiarasi comunisti e anticapitalisti nel senso che oggi il capitalismo, nella sua fase matura di globalizzazione onnivora, sta privatizzando e mercificando i beni comuni fondamentali: acqua, aria, natura e territorio, la cui integrità biologica e il libero accesso a tutti sono indispensabili alla sopravvivenza dell’umanità e del pianeta.
Zizek ritiene necessario un percorso anche doloroso di conquista di libertà e verità, contro menzogna e ipocrisia di cui siamo prigionieri e che sono funzionali al dominio di pochi. La verità - potrebbe essere il suo motto – rende dolorosamente ma necessariamente liberi. Zizek sostiene necessario affrontare e smascherare imbrogli su temi delicati e scabrosi come la sessualità e la pedofilia, il potere politico, economico e religioso, i suoi meccanismi e dispositivi nascosti e castranti. Ritiene necessarie ripresa e rivalutazione di “certo” Marx e di “certo” Lenin. Zizek è comunista e anticapitalista nel senso e nella direzione che mi sono provato a riassumere. Uno Zizek ruvido, mai gratuitamente provocatore, capace di vigorose strigliate contropelo. Uno Zizek salutare e necessario.

In fine, un paio di cose dette sul ‘68 da Zizek vanno ricordate. La prima: il gioco utile e interessante non è quello di ricordare come eravamo, o di giudicare con gli occhi di oggi cosa è stato il ’68. E’ invece necessario guardarci e giudicarci, assumendo lo sguardo del ’68, cosa siamo diventati oggi, dove abbiamo sbagliato o tradito. Il ’68 è stato il punto più alto di messa in discussione dei rapporti di potere in famiglia (tra donne e uomini, tra adulti e bambini) e nella società (nella scuola, nelle istituzioni, nelle corporazioni professionali, nella magistratura, nell’esercito, nella stampa, ecc.).
E’ da quella vetta di spinta alla trasformazione democratica e alla liberazione individuale che bisogna guardare e giudicare il mondo d’oggi. E’ quel testimone che va ripreso e riportato avanti. Ricordando che l’estremismo altro non è che il nuovo rimasto imprigionato nel passato che reclama di essere riattivato e riproposto - come ha ricordato il critico cinematografico Edoardo Bruno in un suo intervento all’Auditorium del giorno prima.

Lo slogan tra i tanti del ‘68 che secondo Zizek meriterebbe di essere rilanciato? Siate realisti, chiedete l’impossibile.

dovrebbero bastare i libri?

Dovrebbe essere sufficiente, per comprendere la politica editoriale di una casa editrice, poter sfogliare il suo catalogo, maneggiare i libri pubblicati nel corso degli anni, valutare la scelta di autori e curatori. Per farci un’idea di quanto il lavoro di un editore corrisponda alle nostre attese, dovrebbe essere importante verificare la frequenza e qualità delle traduzioni, la cura editoriale dei testi e l’organizzazione del catalogo (quante e quali collane, se sono più o meno efficaci all’orientamento delle nostre scelte di lettura).
Fino a qualche tempo fa questo era possibile, oltre che verosimile: le librerie erano luoghi dove si rendevano intelligibili ricerche e percorsi e dove il tempo non assumeva solo il volto della velocità ma anche quello della riflessione. Molte case editrici investivano energie e risorse preziose per comunicare ai lettori l’impianto del proprio catalogo, l’impegno in estese operazioni di recupero di opere inedite, l’avvio di sistematiche raccolte organizzate per tema o per autore. Tutto ciò era certamente segnato anche da un’impronta, elitaria e ideologica, che estrometteva una parte importante della produzione culturale dai circuiti riconosciuti come autorevoli sedi di legittimazione, ma gli anticorpi agivano e riuscivano spesso a produrre conflitti creativi e feconde contaminazioni.
Lo scenario nel quale operiamo oggi, oltre a non aver rimosso il carattere angusto di cui sopra (magari travestendolo nel falso contrario di chi vuol assecondare i gusti popolari) non consente pause e ostacola, quando non rende impossibile, tale modalità di accesso alla produzione editoriale: pubblichiamo tanti (troppi?) libri che, quando faticosamente vi giungono, rimangono sugli scaffali delle librerie per un tempo progressivamente minore, la visibilità è garantita quasi solo alle pile delle ultime novità di maggiore attrazione, la saggistica sempre più spesso schiacciata sull’attualità dell’ultimo istante.
Ma non intendo trasformare questa sede nell’ennesimo muro del pianto (c’è poi ben altro di cui piangere, in questo mondo); vorrei al contrario che questo possa divenire un luogo dove condividere (almeno con una parte di voi, quelle 700 persone che quotidianamente entrano nel sito della casa editrice) le cose buone e utili che orgogliosamente rivendichiamo come tratti caratteristici del nostro lavoro, sottoponendole a critica e verifica.
Il blog, in questo senso, rappresenta un rischio: ce la faremo? Riuscirà a imporsi sullo scetticismo evitando di scivolare nel silenzio? Potrà davvero interessare e stimolare una proficua partecipazione? Ne saremo sopraffatti, o scompigliate nelle nostre opinioni? Sono rischi che abbiamo deciso di correre, un po’ perché non abbiamo molte alternative per parlare tra noi, un po’ perché pensiamo che la specialità della comunicazione, in un luogo come questo, agevoli scontri e confronti, scambi e conflitti che ci esercitino alle pratiche del riconoscimento delle ragioni altrui e della negoziazione di obiettivi condivisi.

***
Ci proviamo anche noi, ma contiamo sulla vostra collaborazione perché attraverso questo luogo circolino critiche, suggerimenti, idee e materiali buoni per voi e per noi.
Abbiamo scelto di iniziare utilizzando un contenitore base inserito in un noto sito di blog: lo modificheremo e amplieremo, adattandolo alle esigenze che emergeranno grazie alle nostre comunicazioni e ai contenuti che dovremo organizzare. L’archivio tematico crescerà insieme ai post e agli argomenti rilevanti per ciascuna e ciascuno di noi, così come i link nella colonna di destra sono solo un primo elenco di siti e blog a vario titolo connessi con le nostre attività.
Io scriverò quando potrò (cioè non molto; quindi, per favore, datevi da fare), e vorrei limitare i miei post alle faccende che conosco meglio (editoria, annessi e connessi), perciò ho iniziato da qui.